Monopoli, un ingegnere per la salvezza della Torrelaghese

Il giocatore ex Bari e Viareggio è sceso in Prima categoria dell’amico Dedo Cordoni con l’intento di dare una mano alla squadra gialloviola: «Sono venuto qui perché ci sono brave persone»

VIAREGGIO. Quando ha capito che il treno giusto per rimanere tra i professionisti era passato, Luigi Monopoli si è messo in caccia di un lavoro provando a far fruttare la laurea in ingegneria gestionale. E lo ha trovato grazie alle amicizie maturate nel mondo del calcio che naturalmente rimane il suo sport preferito. Ventinove anni, pugliese di Bitonto, ha accettato di giocare per la Torrelaghese dell’amico Dedo Cordoni con l’intento di dare una mano alla squadra gialloviola a centrare una comoda salvezza ed aiutare a crescere i più giovani facendo leva sull’esperienza maturata tra i professionisti con le maglie di Viareggio, Lamezia e Paganese poi tra i dilettanti con Barletta, Trani, Peccioli e River Pieve. Con queste due ultime formazioni ha vinto il campionato di Promozione, titoli che sono andati ad arricchire una bacheca che poteva già annoverare il campionato d’Eccellenza vinto con il Viareggio. E Viareggio è diventata la sua città adottiva dove ha anche conosciuto l’amore di Valentina.

Come nasce la scelta di scendere in Prima Categoria?


«Ho capito che il calcio dopo la pandemia sarebbe stata un’altra storia. E dunque ho cercato di focalizzare l’attenzione sula ricerca di un lavoro stabile che ho trovato grazie all’aiuto di Enrico Lenzi attuale patron del Real Forte che avevo avuto come presidente a Peccioli».

E perché la Torrelaghese?

«Perché sono delle brave persone. Per due anni mi hanno fatto allenare con loro nei periodi in cui ero senza squadra e dunque quando Alessandro Benedetti e Alfredo Casani hanno insistito perché facessi parte della Torrelaghese ho accettato».

Come ha trovato questo mondo calcistico?

«È un mondo fatto di tanta passione e sacrificio. Da parte dei dirigenti che lavorano per cercare di assistere al meglio la squadra e dei ragazzi molti dei quali percepiscono piccoli rimborsi spese».

Riavvolgiamo il nastro e torniamo agli inizi. Quando ha cominciato a tirare i primi calci a un pallone?

«A sette anni a Bitonto nella mia città con la scuola calcio Wonderful Santo Spirito dove ho conosciuto il mio primo allenatore, Franco Ricciardi, uno davvero speciale».

A casa tutti contenti?

«L’unica condizione dettata soprattutto dalla mamma era quella che se volevo giocare a calcio dovevo avere un buon profitto a scuola».

Da giovane calciatore ha avuto un modello?

«Materazzi. Mi piaceva perché pur essendo un difensore spesso faceva gol e poi perché giocava nell’Inter la squadra per la quale faccio il tifo».

Dopo gli anni della scuola calcio il passaggio al Bari.

«Dove sono rimasto undici anni giocando in tutte le categorie fino alla prima squadra».

Qual è il ricordo più bello degli anni con la maglia dei “galletti”?

«La panchina in serie A, contro la Roma all’Olimpico. Avevo diciotto anni e provai una grande emozione. Mi sembrava di stare in un film».

Poi l’arrivo a Viareggio in Prima Divisione dove resta vittima di un inghippo.

«Avevo preso tre giornate di squalifica con la Primavera all’ultima di campionato. Mi dissero che facendo parte della lista della prima squadra del Bari avrei scontato il provvedimento. E invece non era così e ci fu data persa a tavolino la partita vinta per 3-2 con il Carpi».

Tra gli allenatori chi le ha insegnato di più?

«Ho cercato di prendere un po’ da tutti. Mi piace però per rimanere agli anni del Viareggio sia citare Maurizi il quale mi ha insegnato a non cercare mai scuse e Cuoghi che sotto l’aspetto tecnico e tattico è un fenomeno. Quando andavi in campo sapevi tutto dei tuoi avversari. Giocava con la difesa a tre molti anni prima di tanti allenatori importati».

Ha rimpianti per non avere fatto carriera tra i professionisti?

«Sì perché quando era il momento non ho capito che per rimanere a certi livelli ci vuole sacrificio. Vuol dire che doveva andare così».

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