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L'sos di una mamma dopo la rissa al Parco di Pietrasanta: «Lì c’è mio figlio, ma non lo riconosco» - Il video

La rissa al parco della Fontanella filmata con il cellulare

Lo sfogo di un genitore dei ragazzi ripresi alla Fontanella durante uno scontro a calci e pugni. «A casa studia e sorride. Temo che il branco lo trasformi»

PIETRASANTA. Dice di essere «una mamma preoccupata. Mio figlio a casa è in un modo, ma poi una volta fuori, quando si consegna al branco, temo che sia un altro. Intollerante, violento, perché quello è il contesto in cui sembra muoversi. Vorrei tanto sbagliarmi, ma così lo immagino. Noi genitori dobbiamo farci carico della questione, unirci, confrontarci con le istituzioni e coinvolgere i nostri ragazzi in progetti, in qualcosa di costruttivo. Siamo ancora in tempo».

Sono parole dolorose e quasi sussurrate quelle che un genitore, ieri mattina, ci ha detto a margine dell’ultimo episodio violento – una rissa con protagonisti diversi minorenni – filmato dai telefonini dalle parti del parco della Fontanella. Rissa che adesso è al vaglio delle forze dell’ordine.


«Ho chiesto a mio figlio perché tanta aggressività contro una persona sola e lui mi ha risposto che quell’adulto se l’era cercata, che dovrebbe starsene con gli altri adulti e non trascorrere le giornate con dei ragazzini. Tutto questo è assurdo. La sua risposta mi ha fatto male».

Suo figlio frequenta la Fontanella?

«Non così spesso, ma ci va. Ha i suoi amici, stanno insieme da tempo. Ho visto quel video: ho avuto paura, sono rimasta sconvolta di fronte a tutta quella violenza».

Fra quelli coinvolti nella rissa c’era anche suo figlio?

«No, nel video non si vede. Era lì, dice che ha assistito alla scena, ma a una mia domanda precisa ha risposto che non ha alzato le mani contro nessuno. Che si è limitato a guardare, se così possiamo dire. Ma ha appunto aggiunto che era inevitabile che finisse così. Se però provi a sapere qualcosa in più si chiude, diventa silenzioso. Mi sembra preoccupato. Non è semplice andare oltre».

Perché dice che suo figlio a casa è in un modo e una volta che si consegna al branco, un altro?

«Perché il suo comportamento fra le mura domestiche è quello di un ragazzo che ha voglia di studiare, che va bene a scuola, che non fa problemi particolari, che dialoga e sorride, che è educato con gli altri. Un bravo figliolo. Ma io sono uno di quei genitori che vuole guardare oltre e immagino, anche perché ascolto, cerco di capire, chiedo: quando è fuori si innesca il disagio. Di certo io non voglio che cresca in un contesto intollerante, violento, razzista, anche se è quello che temo».

Dopo la rissa rimbalzata sui social ha preso qualche provvedimento?

«Sì, ovvio. Ma non è, a mio avviso, né con lo schiaffo e né con la punizione che risolvi situazioni del genere. Serve altro. È necessario coinvolgere strutture che conoscono queste dinamiche: penso al Pca (l’associazione di via Stagi – che si è messa subito a disposizione come punto di riferimento e condivisione per i genitori, ndr) dove operano persone serie e preparate, che sanno dialogare con i ragazzi e conoscono il tema dell’abuso di sostanze. Ma noi genitori dobbiamo metterci in discussione, vedersi, parlare fra noi. Facendoci carico di un problema che non si risolve, purtroppo, solamente a casa. Ben vengano iniziative di volontariato che coinvolgano questi ragazzi, parliamo con l’amministrazione comunale per studiare insieme dei progetti. Non lasciamo i nostri figli in balia del vuoto delle loro giornate, della logica del branco. Bisogna impegnare il tempo in modo positivo, sfaldare appunto la forza del branco».

Come trascorrono i pomeriggi suo figlio e gli amici una volta che si vedono?

«Dice che fanno cose assolutamente normali. “Parliamo, qualcuno fuma, qualcuno beve. Talvolta ci divertiamo. Altre volte ci annoiamo. Niente di che, stai tranquilla mamma” sono le sue parole».

Ma lei tranquilla non è, vero?

«No, in particolare quando accadono episodi come quello di alcuni giorni fa, quando circolano questi video che ti descrivono ben altra realtà. È vero che i figli vanno educati in casa, ma poi esistono modalità che purtroppo sfuggono al controllo di un genitore. Ecco perché noi adulti dobbiamo fare squadra, aiutarci, ammettere eventuali nostri errori, coinvolgere i ragazzi in qualcosa di costruttivo. Prima che sia troppo tardi».

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