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Morto a 59 anni nell'auto a Viareggio, le lacrime della figlia: «Cercava una casa, ora vorrei riabbracciarlo»

Aurel Stefan, scomparso giovedì mattina a 59 anni nella sua auto parcheggiata in Darsena a Viareggio

Anemona, figlia della vittima: «Sono stata avvisata da un suo amico. Mio padre gli aveva dato il numero per utilizzarlo se gli fosse successo qualcosa»  

VIAREGGIO. Un pollice alzato. Qualche secondo e sullo schermo compare la scritta: «Grazie per l’articolo che avete fatto». Anemona Alina Stefan, 35 anni, una figlia e un lavoro come insegnante, parla da Lugoj, paesino a una settantina di chilometri da Timișoara, una delle città più importanti della Romania. Giovedì mattina era a scuola quando le è squillato il telefono. «Era un amico di mio padre – dice – è stato lui a dirmi che era morto. Gli ho chiesto come facesse ad avere il mio numero. Ha risposto che glielo aveva dato lui qualche giorno prima, dicendo che se gli fosse successo qualcosa avrebbe dovuto avvisarmi».

Questo nonostante i migliaia di chilometri che separano Viareggio dalla Romania e un rapporto padre-figlia fatto più di vuoti che di momenti da ricordare. «I miei genitori – prosegue – si sono separati quando io ero piccolissima. Lui si è trasferito in Italia dove ha avuto anche un’altra figlia. Quando ero bambina lo vedevo d’estate, veniva a casa e mi portava a prendere un gelato. Poi negli anni abbiamo continuato a sentirci per le feste, Natale e Pasqua».


L’ultima volta che Anemona e suo padre Aurel si sono sentiti risale a circa due mesi fa. Che cosa vi siete detti?

«Mi ha detto che non si sentiva bene. Aveva anche il diabete. Poi ha aggiunto che poco tempo prima aveva subito un intervento al cuore, mi ha parlato di un bypass».

Le ha detto che viveva in auto?

«No, questo non me l’ha detto. Ecco perché l’ho chiesto all’amico che mi ha contattato. È stato lui a dirmi che mio padre viveva in quell’auto da una settimana circa in attesa di prendere un appartamento in affitto».

Che effetto le ha fatto sapere che è morto in questo modo?

«Un grande dolore. È vero che tra di noi non c’era un grande rapporto. Però era sempre mio padre».

Adesso che cosa intende fare?

«Vorrei riabbracciarlo e portarlo in Romania. Ma non è una cosa semplice. Anzi».

Perché?

«Ho parlato con mia sorella che vive in Italia ma per adesso non abbiamo trovato una soluzione. Da parte mia vorrei venire a prendere la salma di mio padre. Ma tanto per cominciare per assentarmi dal lavoro avrei bisogno del certificato di morte. L’ho chiesto all’ospedale ma mi è stato risposto che loro non ce l’hanno».

E chi dovrebbe averlo?

«Da quello che ho capito, il mio italiano non è così perfetto nonostante abbia vissuto un anno nel vostro Paese, il certificato di morte dovrei riceverlo dal Comune di residenza di mio padre. Ma prima serve un documento che accerti il decesso da parte del medico incaricato dai carabinieri».

Insomma tempi lunghi?

«Non so quanti giorni siano necessari. Cercherò di capirlo lunedì».

Ma qual è il suo desiderio?

«Come le ho detto vorrei riportare la salma in Romania, ma per farlo servano cinquemila euro. Una cifra che non ho. Quindi pensavo alla cremazione dopodiché trasportare l’urna qui».

Un'ultima domanda, ci racconta qualcosa di suo padre?

«Sono onesta, non è che tra di noi ci fosse una grande rapporto. Se n’è andato quando da casa quando ero piccola. Però le posso dire che quando è venuto in Italia ha aperto una ditta edile nella zona di Santa Croce. Era un bravo muratore. Inizialmente le cose credo gli fossero andate bene. Poi però, forse per la malattia, deve aver avuto qualche difficoltà. Altrimenti non si spiega come si possa morire in auto come è successo a lui».

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