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Famiglia uccisa dal Covid, il racconto di Michela: «Ancora non ci credo, provo a rialzarmi»

Felice Rozza e Carmela Petillo, i genitori di Michela Rozza, in un’immagine felice: un anno fa sono stati portati via dal Covid

Massarosa, la donna ha perso i genitori e un fratello: «Non riesco a metabolizzare quel che è successo, mi sono stati strappati via tutti e tre vivi e me li hanno riconsegnati in una scatola»

MASSAROSA. Dall’ospedale Versilia l’hanno contattata giusto la settimana scorsa, per restituirle gli occhiali di suo fratello Carmine. Quel fratello che il Covid le ha portato via un anno fa di questi tempi, assieme a papà Felice prima e a mamma Carmela poi. Quasi una sorta di accanimento su chi, a distanza di dodici mesi, con grande fatica e dignità prova ad andare avanti e invece si trova ricacciato nel gorgo.

Se già può essere difficile elaborare un lutto, figuriamoci tre in un colpo solo per Michela Rozza, l’ultima rimasta della sfortunata famiglia di Massarosa assieme a un altro fratello che vive a Firenze. «Ancora faccio fatica a crederci, non riesco a metabolizzare quel che è successo – racconta lei oggi – mi sono stati strappati via tutti e tre vivi e me li hanno riconsegnati in una scatola».


Il primo ad ammalarsi fu Carmine Rozza, 47 anni, operaio in una ditta di Viareggio: erano i primi giorni di novembre quando una sera svenne in casa – abitava con i genitori – e fu immediatamente ricoverato all’ospedale. Il giorno seguente pure il padre, 70 anni, e la madre, 67 anni, persero improvvisamente i sensi e vennero portati di corsa al Versilia. Il Covid si portò via Felice Rozza il 19 novembre, poi quattro giorni dopo toccò a Carmine e, infine, l’11 dicembre morì pure Carmela Petillo «che ha combattuto come una leonessa per quattro settimane». Cos’è successo in quei giorni «non lo so, non riesco ancora a darmi risposte: ricordo che Carmine stava bene il lunedì mattina, sembrava che migliorasse e poi mi chiamarono la sera per dirmi che era agonizzante nel letto». Guai, però, a credere che Michela metta in discussione l’esistenza del virus. Tutt’altro: «Macché, sono un’operatrice socio-sanitaria, se ne vedono tutti i giorni di casi. Il Covid c’è e ci sarà ancora a lungo, dovremo imparare a conviverci: io ho completato l’intero ciclo vaccinale e mi sono fatta pure quello contro l’influenza. E no, non è vero che il virus colpisce solo chi ha delle forti patologie: i miei genitori e mio fratello non avevano nulla. Però non è vero che io, il mio compagno e mia figlia eravamo stati contagiati, come si disse inizialmente: andavamo sempre a mangiare da loro e ci mettemmo in quarantena, ma non siamo mai risultati positivi».

A distanza di un anno il dolore proprio non accenna ad andarsene, o quantomeno ad affievolirsi. E neppure la rabbia di Michela: «Ci siamo sentiti soli – aggiunge Michela – l’allora sindaco di Massarosa Alberto Coluccini aveva dichiarato che si sarebbe reso disponibile per il supporto psicologico, alla fine abbiamo dovuto provvedere per conto nostro: piano piano proviamo a rialzarci, immaginatevi lo choc per mia figlia diciassettenne. Per quanto riguarda la sanificazione dell’appartamento dei miei che ci era stata promessa, poi, non abbiamo mai visto nessuno». Il suo, lo mette in chiaro, è un semplice sfogo in occasione del triste anniversario: «Non chiedevamo nulla, solo un po’ di sostegno psicologico. E, alla luce delle promesse non mantenute, ci siamo dovuti arrangiare». Per fortuna, però, c’è stato anche chi ha aiutato Michela: «Eleonora Ceragioli e tutti gli amici del New Bar Vittoria di Lido di Camaiore ci sono stati sempre vicino, sì. Vorrei anche ringraziare l’avvocato Attilio Vergai: purtroppo la pratica della successione non è stata ancora chiusa e se ne sta occupando lui per me e l’altro mio fratello».

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