Sbagliò diagnosi e il giovane paziente morì, ora il chirurgo deve risarcire l’Asl - La sentenza 

Chiamato davanti alla Corte dei conti per danno erariale dovuto a colpa grave. La richiesta iniziale della famiglia della vittima era di tre milioni di euro  

FORTE DEI MARMI. L’Asl gli chiedeva 360mila euro come quota a carico dell’ospedale del risarcimento da 1,2 milioni di euro liquidato ai familiari di una studentessa per un neo tolto senza essere analizzato e che nel giro di due anni – era un melanoma maligno – portò alla morte della giovane. Si chiamava Chiara Moretti, aveva 20 anni, abitava a Ponsacco e studiava al Pesenti di Cascina. Chiamato a “processo” davanti alla Corte dei conti per danno erariale dovuto a colpa medica grave, il chirurgo plastico, Stefano Malloggi, 54 anni, di Pontedera, residente a Forte dei Marmi, ha aderito alla definizione agevolata del giudizio pagando alla Regione 72mila euro, pari al 20 per cento di quanto l’Asl nel 2016 aveva versato ai familiari.

I restanti 840mila euro furono messi dall’assicurazione Lloyd’s, la compagnia assicuratrice del chirurgo. All’epoca il medico aveva un contratto da libero professionista a tempo determinato con l’Asl. La richiesta originaria della famiglia, residente a Ponsacco, era di tre milioni di euro. La transazione tra le parti portò la cifra a 1,2 milioni. In parallelo a livello penale il dottor Malloggi è stato riconosciuto colpevole del reato di omicidio colposo (condanna di 8 mesi) fino in Cassazione.


Dopo civile e penale, mancava la magistratura contabile a chiudere il quadro. Arriva ora a scrivere l’ultimo capitolo della tragica storia della studentessa del Pesenti di Cascina, che il 22 giugno 2009 dopo una visita dermatologica fu invitata a togliersi un brutto neo sulla schiena. Intervento eseguito dal dottor Malloggi al Lotti di Pontedera il 15 luglio tramite diatermocoagulazione. Una rimozione solo superficiale. Nessuna biopsia.

È il punto nodale di una vicenda conclusa con la morte della ventenne. Se l’esame istologico del nevo fosse stato eseguito le cure per contrastare il melanoma presente, ma ignorato, sarebbero state immediate. Al contrario la paziente affrontò mesi di inconsapevole malattia dagli esiti fatali.

La sequenza delle date rende l’idea della velocità con cui il tumore non lasciò scampo alla ragazza. Il 27 gennaio 2010, «a seguito della ricomparsa del nevo sul dorso e di linfoadenopatie ascellari a sinistra, la paziente veniva sottoposta a biopsia la quale evidenziava la presenza di metastasi da melanoma».

La studentessa viene operata il 18 febbraio attraverso una «exeresi di losanga di cute sul dorso e linfoadenectomia ascellare». Il 2 aprile l’escissione viene allargata ma, nonostante il trattamento con interferone, radioterapia e chemioterapia, il 18 aprile la ragazza muore. La Procura ha ritenuto sussistenti la colpa grave e il nesso causale nella condotta del sanitario per aver diagnosticato il neo come benigno omettendo di eseguire l’esame istologico.

«In tal modo, il convenuto ha rimosso la sola parte del nevo eccedente in superficie senza estrarlo in profondità, consentendone così e favorendo la malattia secondaria al melanoma», è la sintesi di un errore costato la vita a una ragazza di 20 anni.

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