Scogli, barche e colori: Viareggio si mette ancora in posa

La mostra di Dolfi e Nuti riapre il dibattito sulla possibilità di dipingere una città cambiata: interrogativi, riflessioni, sorgono nel visitare la bella esposzione al Museo della Marineria

VIAREGGIO. Si può ancora dipingere Viareggio? La città che col suo paesaggio incantato, tra mare, pinete, Apuane, innamorò, già dal ’700, decine e decine di artisti, alcuni famosissimi; oggi è ancora un modello per l'arte figurativa? Questi interrogativi, riflessioni, sorgono dal visitare la bella mostra al Museo della Marineria, di Marco Dolfi e Paolo Nuti, che ancora, nonostante quanto è avvenuto da cinquant’anni in qua nella pittura italiana e non, si dedicano a pitturare Viareggio marinara e la rendono ancora fruibile nei toni e nelle figurazioni, sicché si può ben dire che la città può fare ancora soggetto di sogni e poesia.

Dolfi è un ben maturo osservatore di paesaggio. Non lo descrive in cartolina ma dentro a sé lo macera e lo scarnifica così che la figlia, Silvia, in una elegante disamina narrativa può ben scrivere: «Il suo tratto non è mai descrittivo ma vola quasi verso l'astrattismo perché anche se la costruzione del quadro segue l'armonia delle leggi prospettiche, tende più all'evocazione di un sentimento che non alla rappresentazione fine a se stessa».


Marco Dolfi, che per alcuni ha insegnato all'istituto d'arte di Carrara, è anche scultore. Le sue nature morte, fiori, barche, gabbiani, li modella manualmente e non si compiace in coloriture forzate o smaglianti, ma li fa sorgere nella materia e con la materia, alla maniera che Renato Santini e Mario Marcucci, che già cinquant'anni fa insegnarono e divulgarono.

Dolfi è, da sempre, un appassionato frequentatore di ambienti artistici post-vianeschi e lì imparò, in un gruppo che comprendeva Francesconi, Martinelli, Loriano Geri, a lasciar da parte il semplice sguardo sulle cose: prende gli oggetti, anche semplici, e li trasfigura in occasioni ermetiche, alla Montale, alla Ungaretti. Viareggio che nei suoi quadri è sempre protagonista gli lascia così tracce indimenticabili, quasi poesia di Giuliano Bini, non fotografie paesaggistiche.

Paolo Nuti, che fu insegnante e preside di scuola, mette in mostra invece sue colorate investigazioni di barche e gozzi che tanto piacquero a Mario Tobino. La sua è una Viareggio appartata che si presenta più coi dettagli, che in fiabesche avventure di ambiente.

Ma Viareggio si può ancora dipingere? Cominciò, nel 1731, il pittore Georg Christoph Martini, detto “il Sassone”, a cogliere in questa sorgente città marittima, non ancora balneare, un materiale efficace per i suoi quadri. Amante delle spiagge e dei cibi cucinati (soprattutto i totani) in darsena, lasciò parecchie opere e numerosi scritti celebrativi. Poi ne seguì l'esplosione balneare, il successo mondano. Vennero qui a dipingere tutti i seguaci della scuola di Bohème, pucciniana, e firmarono quadri indimenticabili Nino Costa, i fratelli Tommasi, Fanelli, Plinio Nomellini, Pagni, e un'altra vasta schiera che comprese Viani e Moses Levy.

Viani e Levy, com’è noto, raffigurarono due aspetti bene diversi ma coesistenti di Viareggio: Viani si dedicò ai poveri, al miserevole, alla quotidianità incidendola in opere di forte accensione espressionistica, Levy, invece, dipinse le spiagge già affollate e assieme a Galileo Chini portò a dignità il liberty snob e frivolissimo.

Due recenti mostre, una al “Paolina” su Oreste Paltrinieri e l'altra a villa Bertelli su Alfredo Catarsini, danno benissimo il senso di queste due anime viareggine: Paltrinieri da ospite smagato celebra i fasti, un po' decadenti, di una riviera che sfinisce nel turismo d'antan e fastoso, Catarsini più ideologo e più veritiero dipinse darsene efficaci e naturali. Di seguito esplosero in Versilia le personalità di Carlo Carrà, Ardendo Soffici, Treccani, Primo Conti, Migneco, Maccari, futuristi come Tayat, geni internazionali quali Henry Moore.

Viareggio scomparve come realtà figurativa e tornò nelle opere di Mario Francesconi, Mario Marcucci, Renato Santini, Serafino Beconi, Loriano Geri, Beppe Domenici, Eugenio Pieraccini, come ricordo, rammentazione, fenomeno, traccia . Aprendo la via agli astratti quali Giuseppe Lippi (prematuramente morto in questi giorni), Dino La Bianca, Fernando Coppola. Questi astratti farebbero pensare che la città non è più cult, non è più un modello. E la deforestazione delle pinete, l'abbandono nelle darsene, il superaffollamento della marina, lo farebbero ampiamente desumere. Ma c'è chi come Dionigi Fornaciari (che proprio in questa settimana apre una mostra al “Supercinema”) continua invece a credere nella città pitturata, nella Viareggio “universale”. E così la mostra di Dolfi e Nuti apre questo dibattito: l'arte sta scomparendo da Viareggio? Forse che sì, forse che no.

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