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L’anima di Parma Capitale della cultura e la sfida di Viareggio: «Vi racconto come fare per vincere»

Francesca Velani, 47 anni, è la coordinatrice di Parma Capital della cultura 2020

La lucchese Francesca Velani è stata la coordinatrice del successo della città emiliana nella corsa per il 2020.  «Ecco su cosa punterei dovessi firmare il dossier»

VIAREGGIO. La cultura? «È una scintilla che accende un fuoco nella comunità». E se la fiamma resta accesa scalda tutto quello che ha intorno. Parte dalla fine Francesca Velani, 48 anni, storica dell’arte, lucchese con sangue viareggino per via della mamma. Tre anni fa è stata anima e regista della candidatura di Parma a Capitale italiana della cultura 2020. Vice presidente di Promo PA Fondazione e direttrice di LuBeC – Lucca Beni Culturali, prima ha firmato il dossier inviato al ministero e poi ha coordinato il progetto dopo l’assegnazione. Oggi che per via della pandemia il gioiello emiliano resterà capitale fino alla fine dell’anno, può guardare al tentativo di Viareggio per il 2024 da un punto di vista particolare perché conosce segreti e difficoltà della sfida.

Senta, quanto è difficile entrare nella dieci finaliste e soprattutto vincere come avete fatto a Parma?


«Non lo so. Però so che ci eravamo resi conto di aver scritto un bel dossier. Tanto che prima di andare alla proclamazione ci siamo incontrarti con le forze del territorio che avevano partecipato al progetto e ci siamo detti che saremo andati avanti anche in caso di sconfitta. Questo perché in quei mesi di lavoro in cui pubblico e privati si erano messi insieme erano venuti fuori lati positivi ma anche dalle debolezze. E volevamo comunque metterci in gioco per produrre una progettualità».

Rispetto a tre anni fa cosa è cambiato nei parametri per l’assegnazione?

«I parametri sono gli stessi, forse è entrato qualcosa in più rispetto al bando a cui abbiamo partecipato noi sulla sostenibilità, a cui è stata data un’evidenza maggiore».

Per completare il dossier quanto tempo avete impiegato?

«Due mesi. Dal giorno successivo al ballottaggio, era il 18 luglio, fino al 18 settembre. In quel caso l’importante è stato scegliere le persone migliori e il sindaco di Parma lo ha fatto».

E cosa ha portato Parma a essere designata?

«La grande convinzione che la cultura faccia la differenza, e una capacità di dialogo tra pubblico e privato che prima non c’era».

Fosse lei a dover scrivere il dossier per Viareggio su cosa punterebbe?

«Su due piedi è difficile. Però penso che Viareggio abbia un grande capacità artigiana. Un saper fare le cose. Penso al teatro dell’opera, la nautica e il Carnevale. Una comunità che crea con le mani perché il cervello è attaccato alla presa e così si unisce e fonde con il territorio».

Qual è stato il progetto Parma?

«Un piano strategico della cultura, uno sviluppo culturale a base territoriale che ha incluso la città di Parma e tutto il territorio provinciale in cui la cultura è l’elemento centrale di una riflessione che abbraccia gli altri settori. Parma ha la sua forza nel tessuto imprenditoriale e su quello abbiamo puntato: tema pubblico privato, rafforzare il dialogo e trasformarlo in un rapporto di collaborazione, camminare insieme, fare scelte comuni. Ognuno ha le proprie esigenze, impegni e pregiudizi reciproci. Ma il progetto di capitale ha questa forza: mettere intorno a un tavolo anime diverse e lavorare nel breve periodo».

Andando nello specifico del vostro progetto quali erano i punti di forza?

«Avevamo quattro assi. Il primo tra cultura e impresa, che lavora sul concetto che la cultura entri nel processo produttivo. In altre parole non il mecenatismo, ma uno stimolo a creatività e innovazione nella vita dei dipendenti con attività guidate per raggiungere obbiettivi imprenditoriali. Così si trasforma la vita quotidiana creando conseguenze positive su brand e rapporto, ma anche tra azienda e territorio. L’altro asset è cultura e sostenibilità. Investire in cultura è determinante per rafforzare conoscenza e scelte di cittadini e governo e dunque abbiamo voluto centrare il programma di monitoraggi. Le altre sono cultura e democrazia, vale a dire quanto la cultura impatti su partecipazione pubblica, impegno pubblico, prendersi cura della comunità e sulla capacità di riconoscere il bene comune. Come per il programma di volontariato: tutti possono collaborare per toccare con mano l’esperienza. Ciò scatena energia. L’ultimo è cultura e wellfare, inteso come cultura che crea benessere per le persone. Non a caso le economie più forti nella storia sono quelle che hanno unito capitale umano e capitale culturale. Noi siamo partiti da qui».

Ora che state per cedere lo scettro qual è il bilancio?

«Le dico sono che a livello di digitalizzazione ha portato tantissimo: siti, mostre virtuali, operatori della cultura in grado di lavorare con strumenti digitali, temi dell’accessibilità. E poi il covid ci ha insegnato ad andare nelle case, nelle piazze e cambiare l’approccio: non aspettare il pubblico ma andargli incontro. Il bando, in poche parole, aiuta a trasformare la città con la cultura».



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