Carristi in maschera: «Il Carnevale resta sempre uno stato d’animo»

Mescolati ai loro figuranti i Maestri della cartapesta vivono sulla pelle la manifestazione

Viareggio. Chi ha recitato a teatro sa perfettamente cos’è il metodo Stanislavskij, quell’approfondimento psicologico del personaggio che porta l’attore quasi a immedesimarcisi, a interpretarne e rielaborarne le emozioni interiori. Più o meno – e sappiamo che stiamo ricorrendo a una licenza poetica mica da nulla – è quello che fanno i carristi del Carnevale che si mascherano: non si limitano a costruire il loro carro, si sentono parte integrante di quelli che sono ormai diventati spettacoli viaggianti.

Prendete Benjamin Lebigre: quest’anno si è vestito come Charlot, personaggio principale della costruzione tirata su assieme a mamma Corinne – le è bastato mettere in campo la bombetta e sulle spalle una giacca nera per confondersi tra i figuranti – e ai fratelli Sebastian ed Elodie, pure lei mascherata. «È il mio idolo e sono molto felice di indossare i suoi panni», ci confessa il più piccolo di casa Lebigre: «È bello poter contare sul coinvolgimento dei figuranti che sono con noi e hanno la stessa voglia di fare qualcosa». E poi un sassolino da togliersi dalle scarpe: «Mascherarsi e fare quello che amiamo di questi tempi è, per me, una rivincita non indifferente: i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati tra i più penalizzati dalla pandemia. Il Carnevale per me è casa, è la mia vita».


Becchiamo Luca Bertozzi con la polo nera della sua equipe di lavoro e, per citare una canzone degli 883, un cappellino blu dei New York Yankees: al primo Corso, però, era vestito come le maschere del corpo di ballo. «Mi piace travestirmi, anche se non so i passi della coreografia – racconta ridendo – : è bello calarsi in una parte. Il Carnevale è anche tensioni, più la smorzi e meglio e in questo modo ti lasci andare».

E se è impossibile distinguere Umberto Cinquini e Silvia Cirri dalle altre maschere del loro carro, Roberto Vannucci si fa riconoscere da un eccentrico costume: «Il dilemma del carrista è che lavora per far divertire gli altri, però voglio spassarmela pure io – dice, comprensibilmente, lui – quella dei costruttori che si mascherano è una moda venuta fuori con le coreografie. Per me è come mettermi in gioco ed essere più partecipe».

Travestirsi come i figuranti significa, per Priscilla Borri, «vivere il Carnevale a 360 gradi. Mi immedesimo nel carro e contribuisco, al pari delle altre maschere, a far sì che abbia un bell’impatto sul pubblico».

Marzia Etna non passa inosservata con le sue “manone” e l’abito bavarese tale e quale a quello della sua Angela Merkel di cartapesta: «Dalla prima opera con cui ho sfilato mi sono sempre mascherata, per chi nasce qui credo sia naturale. Non conta il periodo in cui si svolgono i corsi: il Carnevale è uno stato d’animo. E dato che mi diverto provo a far divertire anche gli altri». Mica sbagliato, come concetto.

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