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L’ingresso degli Alleati nella città deserta, così Viareggio scopri di essere liberata

Le case di via Puccini dopo il bombardamento

La cronaca delle ultime ore di scontri con i nazisti. Poi fu dato il via libera al rientro della popolazione evacuata

Settantasette anni fa, il 16 settembre 1944, pattuglie partigiane e nuclei della V armata americana entrarono nella città di Viareggio. Ma non fu, come in molte altre città italiane, un ingresso accolto dalle acclamazioni di un popolo festoso e plaudente per aver riacquistato la libertà e per veder allontanato l'incubo della ferocia nazista, dei terribili bombardamenti aerei, del sangue e del terrore. Viareggio quel 16 settembre era deserta. Le truppe alleate e i partigiani che vi fecero ingresso non trovarono che rovine e macerie causate dalle pesanti e frequenti incursioni aeree e dalle distruzioni compiute dai tedeschi, dopo che dall'aprile, avevano costretto i viareggini ad evacuare la loro città, per impadronirsene e fortificarla in vista di un ventilato sbarco sulla nostra costa. Le condizioni di Viareggio, riconosciuta “città sinistrata” per i danni subiti nel corso di oltre 65 azioni belliche, fra bombardamenti aerei e cannoneggiamenti, sono sintetizzate dai seguenti dati: delle 6.491 abitazioni esistenti prima della guerra, 870 furono distrutte, 699 risultarono gravemente danneggiate e non riparabili e 1.286 danneggiate e 137 furono i fabbricati requisiti e non utilizzabili, per un totale di 2.992 case dichiarate “inabitabili”.

GLI ULTIMI SCONTRI


Purtroppo, non vi sono documenti ufficiali dai quali apprendere con esattezza la cronaca di quella giornata, ma solo le testimonianze verbali di coloro che vissero quel momento. Ritorniamo indietro nel tempo fino a quel venerdì 15 settembre 1944. In Viareggio vi erano ancora attestati nuclei di soldati tedeschi che, insieme ad altri reparti dislocati nella vicina campagna, cercavano, con colpi di mortaio e con qualche cannone “88”, di ostacolare l'avanzata delle truppe alleate che si trovavano nelle campagne di Vecchiano e di Massaciuccoli. Diverse pattuglie di SS si aggiravano nei rioni della periferia di Viareggio – Bicchio, Forcone, Migliarina e Terminetto – sparando a vista colpi di mitraglia contro qualsiasi persona che, malauguratamente, osasse uscire dal proprio rifugio. Granate alleate esplodevano nella città e nel territorio circostante. Soprattutto la campagna di Torre del Lago era battuta da un intenso cannoneggiamento che causò numerose vittime.

Intanto, fin dall'alba, gli uomini della banda partigiana “Tigre”, comandata da Antonio Canova, si erano inoltrati nella zona nord di Viareggio nei pressi del Marco Polo, ed erano entrati in contatto con elementi della fanteria tedesca appostati fra il cimitero e l'ospedale. Nello scontro a fuoco, intenso e che durò qualche ora, cinque partigiani restarono feriti e, dalla parte avversaria, si ebbe qualche morto. Mentre al Marco Polo si combatteva, dieci uomini del distaccamento garibaldino “Marcello Garosi”, al comando di Sergio Breschi, si erano portati presso il Terminetto per effettuare un'azione di rastrellamento e di perlustrazione, al fine di preparare il terreno alla calata del grosso della formazione, in quel momento impegnata in duri scontri con il nemico nel territorio di Massarosa e nel Camaiorese. La pattuglia partigiana, individuata, subì un improvviso attacco dai nazisti, ma dopo una pronta e violenta reazione riuscì a continuare la missione, entrando in Viareggio e stabilendo la sua base operativa nella villa Rigutti. Nelle ore successive, gli uomini di Breschi effettuarono un rastrellamento che si concluse con la cattura di alcuni nazisti e di qualche fascista, i quali furono rinchiusi in una stanza della villa. I partigiani, in quelle ultime ore del giorno 15 si trovarono in mezzo ai fuochi dell’artiglieria alleata, che non aveva mai cessato di battere la città, e ai fuochi della fanteria tedesca che ormai aveva completamente abbandonato Viareggio. Purtroppo, prima di lasciare la nostra zona, le feroci pattuglie SS, ebbero il tempo di compiere gli ultimi crimini, massacrando una donna di 62 anni, Clementina Modena e, presso la stazione, il sessantanovenne Luigi Vannucci e Sergio Vannucci di 21 anni.

All'alba del 16 settembre altre decine e decine di partigiani della “Garosi” entrarono in Viareggio, ma non vi si soffermarono in quanto la loro presenza ormai non era più necessaria, e poi perché l'ordine era quello di inseguire il tedesco, senza tregua, nella sua ritirata verso Pietrasanta e gli altri paesi della Versilia. Soltanto un piccolo gruppo restò in città, per occuparla simbolicamente e per consegnarla agli Alleati, il cui arrivo ormai era imminente.

L'ARRIVO DEGLI ALLEATI

Nella mattinata, una pattuglia alleata proveniente da Montramito e protetta da due carri armati, entrò in Viareggio. A questa, poco dopo, si unirono altri reparti provenienti da Pisa che si scaglionarono tra le vie cittadine, con il “dito sul grilletto”, nel timore di imbattersi, come già era avvenuto in altre città, in qualche franco tiratore. Ma i partigiani, che durante la notte avevano effettuato una vasta perlustrazione – spesso a rischio di incappare in qualche mina lasciata dal tedesco in ritirata – assicurarono gli Alleati che ormai a Viareggio non vi era più alcun tedesco né alcun fascista (salvo quelli catturati da patrioti e ben custoditi nella villa Rigutti). Il grosso delle truppe americane fece il suo ingresso in città, nelle prime ore del pomeriggio, con un battaglione corazzato. La squadra partigiana prese, allora, immediato contatto con gli ufficiali comandanti il battaglione, i quali affidarono ai patrioti il primo servizio di polizia e di pattugliamento.

Viareggio era finalmente libera.

IL RIENTRO NELLE CASE

La gioia dei viareggini, per la maggior parte sfollati sui monti vicini, era grande: ora si poteva ritornare nelle case lasciate forzatamente nell'aprile. Il rientro, nei giorni seguenti, avvenne alla spicciolata e per molti fu causa di nuovi dolori: dove vi era la casa e i ricordi, ora vi era un cumulo di macerie.

Quei pochi viareggini che, dopo l’ordine di evacuazione della città, si erano rifugiati nei casolari della periferia, del Brentino, della Migliarina e del Terminetto, ebbero subito sentore che l’alba del 16 settembre era diversa dalle altre: un silenzio irreale, dopo giorni e giorni di continuo fuoco di cannoni e mortai, apriva gli animi alla speranza. Il racconto di un viareggino che si trovava rifugiato in un casolare è testimonianza della gioia della Liberazione: «Quello strano silenzio voleva dire qualcosa di nuovo, bisognava sapere, uscire all’aperto anche a costo di imbattersi in qualche pattuglia tedesca. Così feci e con molto timore. Con stupore arrivai fino al passaggio a livello della via di Lucca senza incontrare nessuno. La zona era tutta sconvolta dalle macerie delle case, dai binari divelti, dai crateri delle numerose bombe; ci voleva un po’ di sforzo per riconoscere il luogo, le case, le strade. Che disastro! Tutto distrutto! C’era un silenzio di tomba e si poteva sentire la risacca del mare. Andai ancora avanti e incontrai alcuni giovanotti - due partigiani – che mi assicurarono che Viareggio era libera, che non c’erano più i tedeschi, che stavano arrivando gli alleati. Non stavo più nella pelle; ritornai di corsa a casa, inciampando fra le macerie. Arrivai urlando come un matto: sono arrivati! Non ci sono più i tedeschi! Siamo salvi! Siamo liberi!».

Il giorno dopo iniziò l’esodo dei viareggini dai rifugi dello sfollamento verso la loro città martoriata. Era domenica: Viareggio si rianimò di gente che aveva ancora sulla pelle la piaga rovente dell'orrore della guerra e della crudeltà allucinante dei nazisti. Non tutte le famiglie rientrarono con il loro nucleo integro: qualche figlio, qualche fratello era rimasto sui monti, per sempre, sotto un palmo di terra arrossata di sangue.

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