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Ergastolo confermato per Romanini

Rigettato il ricorso dell’imprenditore camaiorese accusato di essere il mandante dell’omicidio del cugino

CAMAIORE. Adesso è scritto nero su bianco. Nei giorni scorsi è stata pubblicata la sentenza della Cassazione nella quale viene rigettato il ricorso della difesa di Roberto Romanini, l’imprenditore camaiorese che era stato accusato di essere il mandante dell’omicidio del cugino avvenuto nel 2011. Il tribunale di ultima istanza ha rigettato il ricorso fatto dai legali di Roberto e di fatto ha confermato l’ergastolo per l’imputato detenuto nel carcere di Massa. Bisogna ricordare che la Cassazione non entra nel merito della vicenda ma si occupa semplicemente di constatare che esistano o meno vizi procedurali sul processo. Nello specifico il vizio che era stato denunciato riguardava l’omessa notificazione all’imputato del decreto di fissazione dell’udienza preliminare. La difesa ha evidenziato che non è mai stato notificato a Roberto Romanini il decreto di fissazione dell’udienza che si è tenuta il 3 luglio 2015 davanti al giudice di Lucca. Tale vizio configura una nullità assoluta insanabile. Tuttavia la Cassazione ha rilevato come il ricorso fosse inammissibile e mettendo il punto alla vicenda. E condanna il ricorrente al pagamento delle pese processuali e della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, oltre al pagamento delle spese di rappresentanza sostenute dalle parti civili (circa7500 euro).

Stefano Romanini, impresario edile, è stato assassinato sotto casa in via Battisti a Camaiore con nove colpi di pistola. Era l’8 febbraio del 2011, aveva 47 anni. Il killer non è mai stato trovato. Quella mattina Stefano si stava dirigendo verso la sua auto parcheggiata di fronte a casa, in via Battisti a Camaiore, quando il killer lo freddò con una decina di colpi di pistola. La moglie Giuliana Pellegrini, sentiti i colpi si era affacciata dalla finestra vedendo il marito in una pozza di sangue e l’assassino allontanarsi di corsa. Nonostante l’immediato intervento del 118 il cuore della vittima si era fermato.


Roberto e Stefano erano soci nell’impresa di movimentazione terra Rb escavazioni che aveva grosse difficoltà economiche. Stefano se n’era andato, lasciando centinaia di migliaia di euro di debiti. C’era inoltre una polizia sulla vita da 600mila euro, in scadenza proprio nei giorni dell’omicidio. La polizza era stata stipulata da Stefano e prevedeva un premio a favore dei soci della Rb, tra cui appunto il cugino in caso di morte. Stefano era uscito dalla società e questo aveva fatto decadere la possibilità di incassare il risarcimento. Tuttavia il movente del delitto fin dall’inizio è sempre stato ricondotto a quello economico e ai rapporti deteriorati tra i due cugini. —

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