Contenuto riservato agli abbonati

1822, l’ultimo viaggio di Percy Shelley e la leggenda del cuore che non bruciò

Un ritratto di Percy B. Shelley e una rappresentazione artistica del rogo del corpo di Shelley

Il 18 luglio venne ritrovato sulla spiaggia di Viareggio il corpo del grande poeta inglese, poi riesumato un mese più tardi

"A Villa Magni - Maccarani in San Terenzo
Da questo portico
In cui s’abbateva l’antica ombra di un lleccio

Il luglio del MDCCCXXII
Mary Godwin e Jane Willams
Attesero con lacrimante ansia
Percy Bysshe Shelley
Che da Livorno su fragile legno veleggiando
Era approdato per improvvisa fortuna
Ai silenzi delle isole elisee
O benedette spiagge
Ove l’amore la libertà i sogni
Non hanno catene"

Con questi versi il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi ricordava, nelle pagine del "Numero Unico P.B. Shelley", pubblicato a cura di Lorenzo Viani e stampato a Pescia nello stabilimento grafico Benedetti&Niccolai il 15 agosto 1922, il centenario del rogo del ritrovamento del cadavere del poeta inglese sulla spiaggia di Viareggio, il 18 luglio 1822.

La storia di Shelley, che ha legato il nome del poeta inglese a Viareggio, prende avvio quel 18 luglio 1822, allora giovedì, quando il mare abbandonò sulla nostra spiaggia il corpo senza vita di Shelley. Per raccontare quella storia utilizzeremo materiali conservati dal Centro documentario storico di Viareggio e, soprattutto, il volume del professor Guido Biagi "Gli ultimi giorni di Percy Bysshe Shelley con nuovi documenti" stampato a Firenze nel 1922 dall’editrice La Voce. Il volume, come si legge nel prologo, "non aveva che uno scopo e una modesta pretesa: quello di rimettere le cose a posto e di indagare quanto ci fosse di vero e di leggendario nel racconto che Eduardo Trelawny ci lasciò della morte e della cremazione di Percy Bysshe Shelley". Ricordiamo che il professor Biagi aveva già pubblicato una prima edizione nel 1892, stampata in un ristretto numero di copie, poi tradotta in inglese nel 1898, dall’editore londinese Fisher Unwin, e che si rammaricava poiché queste prime edizioni non erano valse a "sradicare l’errore che il naufragio del Poeta accadesse nel mare Ligure o nel golfo della Spezia, come continuano ancora a ripetere i pappagalli Shelleyani". Ma ripercorriamo, in sistesi, quella storia.

Percy Bysshe Shelley il giorno 8 luglio 1822 partì da Livorno alla volta di San Terenzo, dove con la moglie Mary aveva preso alloggio nella dimora di casa Magni per trascorrervi l’estate, a bordo del "Don Juan", uno schooner di 28 piedi costruito a Genova e che il Poeta aveva ribattezzato con il nome di "Ariel". Accompagnavano Shelley nella traversata il capitano ed amico Edward Eleker Williams e il marinaio Charles Vivian. Dopo poche ore di navigazione un’improvvisa violenta burrasca fece naufragare il bastimento e disperse in mare i tre sventurati. Dopo alcuni giorni di vane ricerche in mare e lungo la costa, il 17 luglio, il corpo di Williams fu ritrovato, quasi irriconoscibile, presso la foce del Serchio, dove fu sepolto. Il giorno seguente, il 18 luglio 1822, il mare abbandonò sulla spiaggia di Viareggio, davanti alla folta pineta che dal palazzo che Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone si era fatta costruire sulla costa del Tirreno, si estendeva per tutto il litorale, il corpo di Shelley, trasfigurato dalla lunga permanenza in mare e che, in ossequio alle disposizioni sanitarie, fu interrato nella sabbia e ricoperto di calce viva.

Il Governatore della città di Viareggio, Giuseppe Pellegrino Frediani, in quello stesso giorno così informò il Ministro Segretario di Stato per gli Affari Esteri ed Interni di Lucca: «Eccellenza mi trovo in dovere di prevenire che quest’oggi il mare alquanto burrascoso ha straccato un cadavere in molte parti consumato, e che questo dopo la ricognizione che n’é stata fatta dal tribunale di Sanità, é stato interrato sopra la spiaggia e ricoperto di calcina forte secondo le regole sanitarie marittime. Rapporto al medesimo non si ha avuta alcuna notizia, ma si crede che possa essere uno dei due giovani Inglesi che diconsi nauafragati nel viaggio che avevano intrapreso fino dal giorno 8 corrente sopra una piccolo lancia in forma di goletta, cha da Livorno partì per il Golfo della Spezia. Quello che mi fa credere maggiormente che possa essere uno di detti inglesièé l’aver ritrovato un libro inglese, in tasca di una giacchetta di panno misto a due bottoniere che aveva ancora indosso. Il restante vestiario consisteva in un paio di calzoni Anchines di Malta, e un paio di stivaletti con sotto le calze bianche».

A seguito del ritrovamento dei corpi degli sfortunati naufraghi, il cav. Dawkins, incaricato d’affari d’Inghilterra presso il Governo di Lucca, fece richiesta per rimuovere i resti di Shelley, interrati sulla spiaggia di Viareggio. L’esumazione e il trasferimento dei resti di Shelley, era operazione contraria alle disposizioni sanitarie, quindi per superare gli ostacoli burocratici senza contravvenire alle leggi in vigore, poiché i regolamenti sanitari prevedevano per i corpi di animali o persone trasportati dal mare l’immediato interramento nella sabbia o il bruciamento dei resti col fuoco, autorizzarono il rogo dei cadaveri e il trasferimento delle ceneri. Così, il 16 agosto, sulla spiaggia di Viareggio, in località "alle Due Fosse", i resti di Shelley furono arsi sopra un rogo di pino, alla presenza di Mary Shelley, di lord Byron e altri nobili inglesi.

Cesare Riccioni, nella conferenza tenuta a Viareggio, nell’estate del 1894, nello stabilimento balneare Nettuno, e pubblicata dalla tipografia Orsola Ciani di Viareggio, così descrive le operazoni di recupero del corpo di Shelley dalla spiaggia di Viareggio: «L’operazione di sterramento durò più di un’ora. Il cadavere non si trovava. Anche gli ufficiali sanitari avevano dimenticato il posto preciso! Frattanto si vide da lungi apparir gente. Era lord Byron con Leigh Hunt ed altri amici provenienti da Pisa per assistere al rogo. Molti andarono loro incontro; Byron era grandemente commosso. Dopo forse due minuti, la vanga di un operaio batté nel cranio di Shelley. L’impressione fu generale e sorse subitanea una premura per togliere il cadavere del poeta nel miglior modo possible. Lo spettacolo non poteva essere più orrendo e più doloroso. SI ritrassero tutti di qualche passo e solo Byron non potè resistere: piangendo baciò tre volte il volto deformato dell’amico suo».

I resti di Shelley furono poi arsi sul rogo di pini sopra un braciere di lamiera e, secondo la testimonianza del capitano di Sanità Domenico Simoncini, le ceneri furono riposte in una cassetta di legno foderata di velluto nero, chiusa con viti d’acciaio, che fu consegnata al signor Edward Trelawny. La cerimonia di cremazione fu vista dalla popolazione viareggina come la consumazione di un rito pagano. Nella fantasia popolare lo spirito del poeta inglese si levò insieme alla colonna di fumo che si sprigionò dal macabro falò. Nel ricordo collettivo quel tragico avvenimento assunse toni da leggenda, che si diffusero insieme al mito di Shelley. Ad esempio, Edward Trelawny nel suo "Recollections of last days of Shelley..." così ha descritto il rogo, sottolineando l’episodio "del cuore che non brucia": «ci sorprese tutti il vedere che il cuore era rimasto intero». A riportare l’episodio nei binari della giusta lettura storica citiamo il "verbale di cremazione del corpo di Shelley" redatto dal Capitano di Sanità Domenico Simoncini: «Giunti al luogo ove da noi fu fatto interrare il cadavere, essendo le carni state consumate dalla calce statavi posta nell’atto dell’umazione secondo i regolamenti vigenti, le ossa sono state poste in un braciere di lamiera, e quindi abbruciate, e ridotte in cenere». Giusto quindi il ricordo di Shelley e del mito che alimentò la sua tragica fine, lasciando che la leggenda affianchi la storia, ma senza prevaricarla. --

© RIPRODUZIONE RISERVATA