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Truffa dei diamanti, 105 persone rischiano il processo: ecco chi sono. Tra gli imputati anche 21 bancari toscani

Tra gli imputati bancari di Lucca, Viareggio, Pontedera, Pisa, Massa e Siena. Truffati decine di risparmiatori toscani. Coinvolti anche quattro istituti di credito più la società Intermarket Diamond Business (Idb), oggi fallita. Il tribunale di Milano ha fissato l’udienza preliminare per il 19 luglio

VIAREGGIO. I risparmi di una vita, vecchie eredità, il frutto di anni di lavoro: qualsiasi cosa fossero, sono andati in fumo. Un milione e 513 euro che erano nelle tasche di 26 versiliesi scomparsi come nel trucco del mago di Segrate, alias Diego Abatantuono. Soldi, tanti soldi, finiti nel tritacarne di quello che dalle banche Bpm e Aletti veniva presentato come l’investimento sicuro: una cascata di diamanti. Omettendo il fatto che investimenti sicuri, a questo mondo, non esistono.

Per una delle più grandi truffe contestate al sistema bancario che si ricordi, oggi rischiano il processo tre funzionari di istituti di credito in Versilia e dieci in Lucchesia. Il tribunale di Milano, dove si sta procedendo per accertare i fatti di uno scandalo di portata nazionale, ha fissato l’udienza preliminare per il 19 luglio. Lì si deciderà se mandare a processo 105 persone di ogni parte d’Italia e quattro istituti bancari: Banco Bpm, Monte dei Paschi, Unicredit e Banca Aletti. Più la società Intermarket Diamond Business (Idb), oggi fallita, da cui formalmente si acquistavano i diamanti, che però venivano proposti direttamente tra gli sportelli delle filiali. Con tanto di materiale promozionale che forniva garanzie sull’operazione, dipinta come facile e sicura.


Per quanto riguarda la Versilia gli imputati sono i funzionari di Bpm Simona Barberini, Katia Salvatori e Luca Di Carlo. Per quanto riguarda la Lucchesia sotto accusa sono Paola Del Carlo, Irene Seggiolini, Romina Giannotti, Pierfrancesco Sesto Rubino, Arnaldo Lunardi, Stefania Montinaro, Debora Mori, Alessandra Romanini, Francesca Carli, Riccardo De Luca.

Secondo l’accusa, avrebbero proposto ai clienti della banca di investire il loro denaro in quello che veniva spacciato come un “bene rifugio”. È un termine che si usa per indicare qualcosa che non perde mai valore, un po’ come l’oro. In questa operazione i dipendenti delle banche avrebbero lavorato in stretta collaborazione con gli agenti della società Idb, da cui materialmente si compravano i diamanti, senza fare quell’azione di filtro che si chiederebbe nel rapporto di fiducia banca-cliente. Anzi: a detta della Procura di Milano, sfruttando proprio quel rapporto consolidato che serviva ad “ammorbidire” una possibile resistenza iniziale. Non a caso gli inquirenti contestano gli imputati il reato di truffa, per questa e per altre circostanze.

Intanto c’è la questione delle presunte quotazioni dei diamanti, pubblicate da quotidiani specializzati, ma in realtà semplici listini prezzi che venivano messi a pagamento sugli stessi quotidiani: in pratica è come se dicessi che il valore di mercato di una pietanza è il prezzo che si vede nel menù, e che io posso comprarla e rivenderla a chiunque per gli stessi soldi. Il prezzo proposto, sempre secondo l’accusa, veniva rappresentato come il puro e semplice valore della pietra; invece comprendeva, oltre all’Iva del 20 per cento, anche le commissioni alle banche e il costo dell’assicurazione. Inoltre si promettevano rendimenti dell’investimento tra il 2 e il 5 per cento, e comunque sempre superiori al costo dell’inflazione, ai titoli di Stato e persino all’oro. E nel caso in cui il compratore avesse voluto ritirarsi si garantiva un “diritto di disinvestimento”, che però costava un’ulteriore commissione dal 7 al 16 per cento.

Che non fosse possibile liberarsi facilmente dei preziosi, una volta scoperto l’inghippo, lo dimostra anche il fatto che le banche non hanno risarcito le cifre perdute, proponendo solo la restituzione del valore della pietra (inferiore). In 26 i versiliesi che si considerano vittime della truffa, clienti di Bpm e Banca Aletti: sono assistiti tra gli altri dagli avvocati Riccardo Carloni, Enrico Marzaduri e Emilio Soppelsa. Nel processo si costituiranno parte civile, l’unica strada per provare a riavere il denaro perduto.

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