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Insulti via chat a ragazzina, il giudice archivia

Un giovane era accusato di aver minacciato una ragazzina che con la famiglia era risultata positiva al coronavirus

FORTE. Termina con un’archiviazione «per particolare tenuità del fatto» la triste vicenda che aveva visto lo scorso anno coinvolta una minorenne di Forte dei Marmi bullizzata con frasi minacciose in una chat di gruppo su WhatsApp, da un ragazzo più grande di lei. Il motivo: la ragazzina e la sua famiglia avevano contratto il Covid, e prima che lei lo sapesse era stata ad una festa con amici.

Tuttavia, nonostante l’archiviazione, il giudice ha riconosciuto gli elementi costitutivi del delitto di diffamazione aggravata e del delitto di minaccia. Fra le frasi rivolte alla minorenne c’era «l'esplicitazione dell'obiettivo di distruggere l'attività commerciale di famiglia», ha scritto il giudice. L’accaduto, poi diventato un caso in Versilia e non solo, era stato reso noto – senza fare nomi –, durante uno dei video serali su Facebook dal primo cittadino di Forte dei Marmi Bruno Murzi. Nel quale aveva difeso a spada tratta la famiglia fortemarmina, per le spiacevoli frasi ricevute.


A distanza di un anno, il 19 aprile, si è svolta l’udienza in camera di consiglio: di fronte al giudice per le Indagini preliminari del tribunale di Lucca, si è tenuta l’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione. La famiglia è stata assistita e rappresentata dagli avvocati Diego Bonini e Tommaso Buratti, entrambi del Foro di Lucca.

I fatti risalgono a marzo del 2020, in piena emergenza sanitaria. La giovane minorenne, in compagnia di amici, aveva partecipato ad una festa. Lì era presente anche il ragazzo più grande che poi si è sfogato con la ragazza sulla chat di gruppo. I giorni successivi la minorenne aveva scoperto però di essere positiva al Covid, sia lei che gli altri familiari.

Il giudice, pur ravvisando «gli elementi costitutivi del delitto di diffamazione aggravata – si legge nell'ordinanza di archiviazione –, in quanto l’utilizzo della piattaforma WhatsApp si ascrive alla dicitura “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, come sostenuto dalla Corte di Cassazione» e gli «elementi costitutivi del delitto di minaccia», poiché l’indagato «ha prospettato un danno ingiusto (“Ti distruggo il negozio”)», ha riconosciuto la particolare tenuità del fatto, in quanto il comportamento del ragazzo era da ascrivere ad un «dolo di minore intensità non espressivo di attitudine a delinquere» e che lo stesso era dettato da una momentanea rabbia («impeto») connessa al periodo di emergenza. Il procedimento penale, pertanto, si è chiuso in fase di indagini preliminari con un’ordinanza di archiviazione. Rimane il fatto dello sbeffeggiamento pubblico. E con i social e le chat, questo fenomeno si è diffuso molto, con l'idea (sbagliata) che inviare un messaggio minaccioso con lo smartphone sia meno grave che farlo di persona verbalmente. E anche il sindaco Murzi, nel 2020 aveva commentato al Tirreno dicendo che «la gente deve smettere di fare bischerate e poi dire che ha sbagliato». —

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