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La città “spogliata” di Mario Marcucci che cerca l’eterno fra luci e colori

Via Battisti in un dipinto di Marcucci

Ventinove anni dalla morte del pittore, cantore poetico di una Viareggio lontana dalla mondanità del turismo

La storia di Viareggio, da una lettura superficiale che evita di entrare nelle pieghe del suo complesso e contraddittorio tessuto sociale, economico e culturale, viene fatta risalire “tout-court” dalla bonifica dei territori paludosi e malarici alla nascita della città balneare, con le caratteristiche costruzioni in legno degli stabilimenti balneari, gli chalet della Passeggiata ed i fantasiosi villini ed alberghi liberty.

Una storia senza conflittualità, che vede la città disposta a lunghi letarghi, pronta ad animarsi di brulicante attività durante il periodo carnevalesco e nei mesi estivi.


Una storia certamente vera, ma parziale, che disconosce della stessa Viareggio l'operosità, le tensioni e i drammi dell’umanità che popola i cantieri e le darsene, l’ansia di libertà e lo spirito di sacrificio dei marinai e dei pescatori, la cultura popolare stratificata nella sfida con una natura ostile, il silenzio ed il grigiore degli inverni, la poesia delle spiagge deserte battute dal libeccio.

Il vero volto di Viareggio è la risultanza della somma di tutto questo.

Un humus vivificante che è rappresentato anche artisticamente, nelle sue varie componenti, dall'opera di tanti pittori viareggini e non solo, a partire da Lorenzo Viani, Mario Marcucci e Renato Santini, appassionati protagonisti e sensibili interpreti dell'essenza intima della città, che cela con orgoglio e con ieratico pudore fremiti, trasalimenti e moti dell'anima.

Viani, Marcucci, Santini, tre forti ed originali personalità artistiche, ma con molti punti in comune. Comuni ai tre sono la formazione autodidatta, la vocazione alla pittura maturata da adolescenti, l'impegno prepotente ed instancabile, il percorso artistico sempre coerente, personale, da "irregolari", fuori da movimenti o correnti. Viareggio non è solo il paese natale, ma il centro focale della loro attenzione artistica, un microcosmo fertile di immagini, situazioni ed umori, sul quale fissare lo sguardo scrutatore per slargare, dal contingente, verso orizzonti più vasti, infiniti e senza tempo.

Di questi tre protagonisti dell’arte del Novecento, prendiamo in considerazione Mario Marcucci, nato a Viareggio il 28 agosto 1910, in considerazione del fatto che ieri ricorreva il ventinovesimo anno della sua morte, avvenuta appunto il 2 maggio 1992. Per Marcucci, che ha trovato accoglienza ed estimatori qualificati a Firenze e Roma, Viareggio è l'unico posto dove il tempo sembra scandito in attimi di eterno; dove, nelle atmosfere rarefatte delle pinete, nell'aria limpida delle marine invernali battute dal libeccio, nei colori polverosi delle facciate delle modeste case dei marinai strette intorno alle darsene, le cose perdono la consistenza materica e vivono della loro luce interiore, che la sua sensibilità di poeta lirico riesce a captare ed immortalare.

Una Viareggio tanto lontana dalla città mondana che brucia tutta la sua esistenza effimera nell'arco dell'estate, in un'orgia di colori chiassosi e di assordante frastuono, ma al tempo stesso estranea alla realtà del lavoro dei cantieri e delle darsene, dove si incontrano e si scontrano drammi e tensioni esistenziali, rivendicazioni sociali, ansie e sogni libertari.

Come per la Firenze di Rosai, che vive nel silenzio di piccole stradine che si perdono in una campagna senza riferimenti topografici, o per la Bologna di Morandi che freme sotto la polvere del tempo depositata su una muta umanità di barattoli e di bottiglie, la Viareggio di Mario Marcucci si materializza nelle atmosfere rarefatte e desolate di angoli di piazze o scorci di strade viareggine, nelle calcinose facciate delle sue modeste case, nelle spettrali presenze di scheletrici platani o nelle sintesi coloristiche delle verdeggianti macchie delle pinete, nell'inquieto mistero di tenebrosi "notturni", nella luce di solari "marine”.

Cesare Garboli ha scritto: «Sembra che Marcucci abbia il potere di sprofondare la realtà, qualunque pezzo di realtà, in un regno sotterraneo, di farle percorrere un lungo tragitto nell'oscurità e poi di riportarla alla superficie liberata da ogni peso, smaterializzata, purificata, ma ancora piena di tenebre e stordita da quel lungo viaggio tra il silenzio e le ombre».

Dalle sue opere, infatti, emerge una città spoglia, fantasmatica, che non incute sgomento, ma che rasserena l'anima, che fa sognare, un iperuranio costruito di luce e di armonia dove non è possibile vivere, ma al quale possiamo accedere grazie all'opera di poetica mediazione di questo nostro grande artista.

La Viareggio evocata nelle opere di Mario Marcucci testimonia il legame profondo, solidale dell'artista viareggino con la propria terra, con la sua gente, la natura, le tradizioni. Con una realtà ambientale che nasconde, nonostante gli effetti, a tratti sconvolgenti, dell'inesorabile passaggio del "vento della storia", con una sorta di intimistico orgoglio e ieratico pudore, squarci di un paesaggio astratto dalla cronaca, minimi spazi metafisici, oasi di eterno, dove la memoria del tempo si ricompone in invisibili architetture che assemblano luce e colore, silenzio, solitudine e poesia.

Mario Tobino, che ha dedicato all'amico Mario un capitolo, "Il barattolo rosso", del suo romanzo dedicato a Viareggio, "Sulla spiaggia e di là dal molo", ha scritto che Marcucci «la mattina si alzava e si aggirava per le vie; percorreva quasi sempre le stesse. Per arrivare in darsena passava per via XX Settembre composta dalla case viareggine tinte di grigio, di quel giallo consunto che hanno i platani di autunno. Le umili case viareggine furono innumerevoli volte ritratte sia negli acquarelli che nei dipinti ad olio, rubò ad esse la pudica poesia, la modestia delle linee».

Piccole opere immediate, dove il colore è luce, forma e materia, scandiscono un diario minimo di istanti di vita, di infinitesimi squarci di tempo, restituiscono una dimensione sconosciuta che per Moravia non è una realtà geografica, ma piuttosto «uno stato d'animo del pittore, tinto di quella angoscia sottile che crediamo sia propria a ogni artista che viva in una città bifronte: tanto tumultuosa in una, tanto deserta e chiusa nelle altre stagioni».

La Viareggio di Marcucci appare così evocata nei suoi aspetti profondi, quelli che egli ha saputo sorprendere e meglio spiare dentro l'intrico fitto delle ore e delle “distrazioni" attraverso opere che, al di là del valore artistico, rappresentano un “documento” importante per testimoniare la vitalità di un paese che è “provincia” solo per definizione geografica. —