Il marmo di Michelangelo resiste anche al Covid

Carli: «Lavoriamo per smaltire gli ordini. Ma dopo? Ne usciremo solo nel 2024»

Due sono i pilastri, i fondamentali della Versilia: il mare e il marmo. Sul mare è sorto il turismo. Sul “Marmo Nostrum” è sorta l’industria.

Questa era già nota ai romani. Eppoi Michelangelo, spinto dai Medici fiorentini assatanati di gloria eterna, venne, dopo Carrara, sulle Apuane e spalancò la via all’impresa. Non fece in tempo a ricoprire di marmi la facciata del bel “San Lorenzo” in Firenze perché, come noto, il papa lo preferì pittore alla Sistina. Però dopo di lui arrivò il Giambologna, altro genio dell’architettura maestosa, e il monte Altissimo non venne più abbandonato. E fu preda e fu miracolo e sostegno dell’industria versiliese anche ai tempi nostri, che sono tempi di pandemia.


«Noi, – mi informa Paolo Carli, presidente della Henraux ed eccellenza tra le eccellenze della riviera operosa – lavoriamo ancora a buon ritmo perché dobbiamo smaltire le tante pregresse ordinazioni. Ma dopo? Forse ne usciremo nel 2024. Abbiamo clienti cinesi, americani, arabi. Io non posso muovermi da Querceta perché là occorrono due settimane di quarantena, là tre. Com’è possibile frequentare ed accogliere i clienti?».

La Henraux impiega 130 dipendenti. Occupa un’area di 55mila metri quadri. È un gigante tra i molti concorrenti del settore. Mantiene l’occupazione e assume giovani, ma le preoccupazioni sono molte, sia in azienda sia sulle cave e dovremmo trascorrere alcuni anni, aggiunge Carli, perché si possa tornare ai fatturati del 2018-19, che paiono un secolo fa. Paiono davvero tempi già d’oro quelli quando, cerimoniere Philippe Daverio, si festeggiava, nei capannoni trasformati in serre il “Premio Henraux” per giovani scultori. Musiche tenerissime, tavole imbandite, architetti e designer internazionali, creavano atmosfere da estati dense di cultura e arte. Adesso, nei capannoni, si ascolta il ronzio delle macchine. Dice Carli: «Rifaremo il Premio Internazionale nel 2022, per adesso mi godo la famiglia, le due figlie Margherita e Bianca che studiano a Milano e a Londra. Il futuro sarà loro come nell’ultimo dopo guerra, quando lavorava mio padre, Oreste, per darmi la strada. Lavorava duro, ci credeva. Così io scoprii il marmo e nel 2003 entrai in Henraux».

Adesso Carli ne è presidente. Mi riceve in una luminosissima “showroom” progettata dall’architetto Marco Casamonti. Attorno, ben messe e ordinate a museo, spuntano sculture in marmo e gessi. Si va da Henry Moore, che attualmente è in mostra celebrativa al palazzo Strozzi in Firenze, a Tony Cragg, da Mimmo Paladino a Gianni Manganelli, da Renzo Maggi al danese Sorensen a Helidon Xhixha. Pare di stare al “Moma”: la scultura più studiata, amata e smerciata nel mondo è quasi tutta qui. E sulle pareti vi sono le stupende foto di Aurelio Amendola il mago pistoiese della fotografia d’arte che illustra l’opera di Michelangelo in Vaticano, eppoi le opere di Moore, Mirò, Hans Jean Arp, Georges Vantongerloo.

La Henraux fu un’intuizione di un ufficiale napoleonico che, inviato a Carrara dell’Imperatore in persona (Napoleone smaniava per le statue e lacrimava su Paolina, la sorella beata, che Canova aveva effigiato), acquistò le cave in Versilia e fece, caduto Napoleone, azienda assieme al seravezzino Marco Borrini. Si era nel 1821. Quest’anno, proprio ai giorni nostri, la ditta da loro fondata compie 200 anni. Jean Baptiste Henraux che era di Sedan, durante la sua vita, non si mosse più di qua e fece fortuna tant’è che costruì una villa magnifica che i suoi eredi ampliarono ospitandovi, nei vari tempi, D’Annunzio e Marconi, Petrolini e Puccini, tutti invaghiti delle Apuane e dalle loro straordinarie vedute. Ma la Henraux è soprattutto fabbrica, cava il marmo, lo porta in stabilimento, lo lavora in due modi: industriale (per l’architettura e il design) artistico (per sculture).

Sono della “Henraux” i marmi che danno splendore e sostanza al Memorial Sloan-Kettering di New York, il Museo di Arte Telfair in Savannah, sempre negli Stati Uniti al The Visionaire, all’Eleven Times Square ed il Four Seasons Hotel, ed invece nei paesi arabi la firma “Henraux” compare nella Grande Moschea di Abu Dhabi, nella Arcapita Bank nel Bahrain. Mentre a Londra i marmi versiliesi spiccano nel Bulgari Hotel. Seguono altre presenze importati sempre in Dubai, nel Texas (Houston), nel Massachussets, a Parigi con il Lutetia Hotel.

Si capisce da queste citazioni la qualità della clientela e si capisce anche bene come la pandemia abbia messo una dura zeppa in un’attività che copre il mondo, nelle sue più prestigiose realizzazioni. Paolo Carli, assistito, in questo nostro incontro, da due efficienti e precise collaboratrici, Manuela Della Ducata e Rosi Fontana (per l’ufficio stampa) ci tiene a sottolineare il rapporto tra “Henraux” e arte figurative. Aveva il critico e scrittore Philippe Daverio come direttore artistico nome a tutti noto, adesso prematuramente scomparso, avviato il Premio Henraux. Nel 2018 alla direzione artistica della Fondazione è stato chiamato Edoardo Bonaspetti e con lui, tra un anno, riprenderà il Premio.

Aggiunge Carli: «Il Premio Henraux segnala le migliori energie emergenti è davvero un elargitore di borse di studio. Di qua sono passati i giovani scultori di maggior talento. Noi puntiamo a un deciso rilancio della scultura e della lavorazione artistica del marmo».

La scultura non è più quella di una volta. Si faceva, allora, con scalpello martello e lime. Adesso si lavora con macchinari tecnologicamente avanzati. Il risultato, tuttavia, è il medesimo perché l’opera che ne proviene affascina, attrae, come ne fu intrigato Pigmalione che s’innamorò di una sua scultura al punto da vestirla con abiti femminei, spogliarla eriempirla di baci.

I Pigmalioni di oggi della “Henraux”, operando sulla statuaria dell’Altissimo, in queste ore ricoperto di neve abbagliante, si chiamano Francesco Arena, David Horvitz, Diego Marcon. E Neil Beloufa, Jenny Holzer, Jon Rafman sono altri artisti che nel corso degli ultimi tre anni hanno collaborato con la Fondazione. Henraux in supporto alla Fondazione ha realizzato cinque sculture di grandi dimensioni in occasione della mostra Misfits di Nairy Baghramian, progetto promosso da Fondazione Furla e Gam – Galleria d’Arte Moderna di Milano. Le sculture sono in bianco Altissimo, Versylis Altissimo, Rosa Norvegia, Verde Guatemala, Rosa California.

Con questi nomi, con queste raffinate tonalità, conclude Paolo Carli, si può ora anche abitare il marmo. E per 1’abilità del design, da qualche tempo, ha preso vita l’iniziativa “Luce di Carrara” che, come marchio già assai noto negli studi di architettura di ogni dove, firma oggetti di vario tipo, dalle vasche da bagno ai tavoli, dai piatti doccia ai lavabi ai vassoi.

Insomma il “Marmo Nostrum”, da duecento anni, continua così, grazie alla “Henraux” , a passare di mano. Dalle glorie del Michelangelo e del Giambologna, siamo passati all’uso quotidiano; cosicché anche in un hotel di Pechino, docciando, si potrà rammentare la Versilia, che la bellezza continua a esportare. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA