Tamponi rapidi per gli studenti a scuola: «Così possiamo tornare in aula tranquilli»

I ragazzi del liceo Carducci primi in Versilia a sottoporsi al test: un piccolo fastidio che serve a mettersi nei panni di chi soffre

VIAREGGIO. Comincia Alessandro. Dice di non voler essere immortalato in un momento che segna un pezzo di storia personale e della sua scuola. Poi, mentre sta entrando in quella che è stata ribattezzata “aula Covid”, al primo piano del Carducci di Viareggio, sembra ripensarci, sul concedersi dalle attenzioni di fotografi e operatori tv, questione di disabitudine.

Tocca a lui dare il la alla sequenza dei cinque test rapidi effettuati su altrettanti studenti della 5ªAL, la classe del segmento linguistico del liceo selezionata per inaugurare il progetto “Scuole sicure” sull’intero territorio versiliese. Ne verranno coinvolti sette, di qui a breve. Alessandro Antongiovanni è maggiorenne, come pure le quattro ragazze che attendono il proprio turno nel corridoio, distanziate quanto serve l’una dall’altra. Se sono lì, è perché lo hanno scelto consapevolmente, svincolate da qualsivoglia obbligo. Il dottor Barghini, responsabile del dipartimento di prevenzione per la Versilia dell’Asl, spiega la procedura ad Alessandro. La disabitudine non è solo quella agli occhi dei media, ma anche al tampone che penetra nella cavità orale, poi nel naso. Occorrono pochi secondi, abbastanza comunque per provocare un fastidio che dopo qualche minuto diminuirà sino a svanire.


Nel frattempo, tocca a Camilla Baldocchi sottoporsi al test. Gli occhi, quando lo racconta, sono lucidi. E non certo per l’emozione. «Appena si è prospettata la possibilità di farlo, ho detto di sì, convinta che sia sempre meglio prevenire ed essere scrupolosi». Non parla certo di dolore, ma di fastidio sì. «Sopportabile», puntualizza con la concretezza di chi rimane aderente alla realtà.

Celeste Belli è la terza. L’iter è il medesimo, si ripete con velocità ed efficienza, è un meccanismo rodato, quasi come se non si trattasse di un inedito assoluto. Per le scuole almeno. Il vissuto personale di Hoda Ben Zerrou, invece, era già stato interessato da un tampone. Molecolare, ad ottobre. Ecco perché, in confronto, quello rapido le pare meno impegnativo, anche se «sento pizzicare all’interno del naso e un sapore un po’ sgradevole in bocca». L’esito del test allora fu negativo e confida che pure questo lo sarà.

La raggiunge Gaia Benedetti, l’ultima della sequenza. Sorridente e senza neppure un accenno di lacrima sul volto. Per lei è andato tutto meglio del previsto. «Ero un po’ in ansia nei giorni scorsi, trattandosi per me della prima volta. Avevo fatto persino delle ricerche su internet. Mi stavo fasciando la testa inutilmente». Il sollievo lascia spazio ad un senso di responsabilità che sorprende, se attribuito verbalmente a chi è appena maggiorenne.

«Il Covid è un problema che ci pressa, dobbiamo metterci nei panni degli altri, di chi è malato. Soprattutto noi ragazzi. In fondo, sottoporci al tampone non ci costa nulla. Se questo progetto ci permette di venire a scuola più tranquilli, è giusto portarlo avanti».

Anche perché «non poter seguire stabilmente le lezioni in presenza è limitante», confessano lei e Hoda prima di voltare le spalle all’aula Covid per riconnettersi con mente e corpo ad una normalità per ora soltanto apparente.