La tragica impresa dei palombari eroi che ha reso immortale il mito dell’Artiglio

A sinistra i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, equipaggio dell’Artiglio, una foto della nave e una raffigurazione dell’esplosione

Novant’anni fa la tremenda esplosione della nave recuperi in cui morirono i viareggini Gianni, Franceschi, Bargellini e Cortopassi 

VIAREGGIO. Novanta anni fa, la tremenda esplosione che il 7 dicembre 1930, allora era domenica, travolse ed affondò l'Artiglio, mentre si trovava impegnato nella demolizione del piroscafo "Florence", causò dodici vittime, di cui quattro viareggini. Persero la vita i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi, Alberto Bargellini ed il marinaio Romualdo Cortopassi, che andarono ad aumentare l'elenco dei caduti della nostra marineria e proiettò il nome di Viareggio e dei suoi palombari sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo.

Il doloroso episodio, comunque, non sminuì le imprese dell'Artiglio, prima fra tutte la localizzazione del relitto dell'Egypt, allora ritenuta impossibile, e il recupero del suo prezioso carico dal fondo dell'Oceano.


L'impresa dell'Artiglio, successivamente portata a termine dall'Artiglio II° fu l'operazione più straordinaria di tutti i tempi. Il nome dell'Artiglio si tinse d'oro, ma sotto l'oro, che ha certamente la sua importanza, vi è - ed ha maggiore splendore - l'intelligenza, il lavoro, la fatica, il sudore ed il sangue dei palombari e dei marinai viareggini.

La storia dell'Artiglio inizia con Alberto Gianni, ma non è solo la storia del suo ingegno, del suo coraggio, ma è storia di uomini, che come lui, amavano prima di tutto il mare ed il loro non comune lavoro.

Uomini che sfidando gli abissi marini compirono imprese che ancor oggi, a distanza di tanto tempo e nonostante i progressi tecnici, non trovano ancora confronti nel campo dei recuperi alle grandi profondità.

Tutto ebbe inizio dall'incontro di Alberto Gianni, palombaro già famoso, con Giovanni Quaglia, fondatore ed amministratore della SO.RI.MA., una società di recuperi marittimi, impiantata da poco a Genova.

Al Gianni, la SO.RI.MA. affidò il compito di attrezzare la flottiglia destinata ai recuperi, ossia le navi Artiglio, Rostro, Raffio, e Arpione.

Con il Gianni entrarono nella società i palombari Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Fortunato e Donato Sodini, Giovanni Lenci e Carlo Domenici, tutti della "scuola" del Gianni. Con una tale schiera di "predatori" nasceva una nuova era delle grandi imprese negli abissi marini.

Con i mezzi e gli uomini a disposizione, la SO.RI.MA. indirizzò la propria attenzione ai carichi contenuti nei relitti sul fondo dell'oceano. Non vi era più impresa impossibile per i palombari viareggini. Nel 1926, portarono in superficie 12 tonnellate di avorio, conservato nelle stive dell'Elisabethville a 72 metri di profondità e ritenuto ormai irrecuperabile dalla società assicuratrice.

Questo recupero dimostrò le capacità dei palombari viareggini e creò le premesse per l'impresa della localizzazione e del recupero del prezioso carico dell'Egypt. Il piroscafo, colato a picco in un punto imprecisato nel tratto sud-occidentale della Manica, conservava a 130 metri di profondità 5 tonnellate e mezzo di oro e 43 tonnellate di argento, per un valore globale di 5 milioni e mezzo di dollari di allora.

Il 12 settembre 1929, l'Artiglio si diresse a Brest per occuparsi della localizzazione dell'Egypt, impresa già tentata inutilmente da francesi, inglesi, tedeschi, scandinavi e americani. L'Egypt era un vero "ago, nel pagliaio" e già solo la localizzazione del relitto fu un'impresa per niente inferiore a quella del recupero del prezioso carico.

Il 29 agosto 1930, dopo quasi un anno di ricerche, interrotte solo durante l'inverno a causa delle condizioni impossibili, dopo una drammatica immersione, che per poco non costò la vita al Bargellini, fu incocciato un relitto: era l'Egypt. Due lettere di Alberto Gianni alla moglie Maria documentano le fasi conclusive della ricerca. La prima è del 26 agosto: “Stamani partiamo tentando di visitare per la prima volta l’Egypt, se sarà. Da molti particolari crediamo che si tratti veramente dell’Egypt e d’altra parte, per darci più speranza, il rilevamento radiogoniometrico combina esattamente sul rilevamento fatto dall’Egypt al momento del naufragio. Ad ogni modo per la certezza bisogna attendere domani, e forse dopodomani. Se domani potremo visitare, e sarà l’Egypt, io ti telegraferò solamente così - “Saluti e baci” – che vorrà dire abbiamo trovato l’Egypt”. La seconda è del 31 agosto: “In fretta due righe che ti mando di su l’Egypt che oggi io stesso ho verificato personalmente. La grande mole posa pari sul fondo alla profondità di 120 metri, e si presenta bene sotto ogni rapporto. Dagli occhi mi cadono lacrime di commozione e vorrei in questo momento abbracciarti, per ringraziarti del coraggio che mi hai sempre dato”.

La stagione era comunque troppo avanzata e una nave come l'Artiglio non poteva reggere il mare in pieno oceano. Si doveva rimandare tutto alla prossima stagione. Allora per non tenere inoperosi gli uomini, l'Artiglio fu inviato a Saint-Nazaire con il compito di demolire la carcassa del Florence che giaceva, con il suo carico di 150 tonnellate, tra esplosivo e munizioni, a 16 metri di profondità, ostacolando l'ingresso della baia. L'operazione era pericolosissima e le autorità francesi non avevano mai permesso ai loro palombari di avvicinarsi a quella "polveriera subacquea". L'operazione di smantellamento consisteva nel far esplodere cariche per aprire un varco nella stiva della nave. La demolizione iniziò il 4 ottobre 1930. I palombari sistemavano le cariche, che erano poi fatte esplodere dall'Artiglio tramite cavo elettrico a distanza di sicurezza. Passavano i giorni ed il Florence restava sempre da demolire, nonostante aumentasse di giorno in giorno il numero delle cariche esplose; di pari passo diminuiva la lunghezza del cavo elettrico e la distanza di sicurezza.

Intanto si avvicinavano le feste natalizie e cresceva negli equipaggi la voglia di fare ritorno a casa. Il 25 novembre 1930, Gianni scriveva alla moglie: "Qua i temporali si rincorrono uno dietro l'altro senza farci più mettere il muso fuori del porto. Questo stato di cose l'ho comunicato al Comm. Quaglia che sono certo prenderà provvedimenti, ci farà certamente rientrare in Brest per il disarmo, e quindi spero senz'altro venire presto a Viareggio. Ormai è un desiderio, venuto un'ossessione. Vedrai che da un giorno all'altro avremo ordini di rientrare".

Il Quaglia, alle continue richieste di Gianni, rispondeva perentoriamente: "Se vi interessa passare le feste a casa, dovete spicciarvi". E siamo alla domenica del 7 dicembre 1930. Il giorno fatale. Dopo aver piazzato le cariche, l'Artiglio si portò a distanza di sicurezza, questa volta a soli 160 metri - tale era la lunghezza del cavo elettrico rimasto. Gianni ordinò: "Dinamo!". Poi si guardò intorno e collegò i fili elettrici. Con un boato spaventoso, un'enorme colonna d'acqua e di ferro si sollevò al cielo: erano scoppiate tutte le munizioni e l'esplosivo del Florence. L'Artiglio ed il Florence non esistevano più.

La notizia della tragedia fece il giro del mondo.

Mario Raffaelli, palombaro del Rostro e poi capo palombaro dell'Artiglio II°, in una lettera del 13 dicembre 1930, così descrisse il fatto: "Il giorno 7 c.m. l'Artiglio si trovava a lavorare a poppa, dato che il lavoro volgeva alla fine, e quindi più a contatto del micidiale nemico. Sei bombe fatte esplodere, davano l'accensione a questa enorme carica, che travolgeva la nave e la inghiottiva in pochi secondi, riducendola ad un ammasso di ferraglia. Proprio a poppa si trovavano molti dei dispersi, che dunque venivano investiti e travolti dalla enorme colonna d'acqua e materiale, senza certamente poter trovare una via di salvezza".

Molti pensarono allora che mai più si sarebbe parlato del recupero dell'Egypt.

Nel luglio del 1931, Mario Raffaelli scriveva: "I morti ci impongono di portare a compimento l'opera da essi iniziata per dimostrare al mondo che non furono dei pazzi".

Altri palombari, cresciuti alla scuola del Gianni, erano pronti a portare avanti l'impresa. Nasceva così l'Artiglio II° per strappare al mare il tesoro dell'Egypt.

Il tesoro dell'Egypt, con un'impresa che sa di leggenda, fu portato in superficie: già nel 1933 erano state recuperate 6 tonnellate e mezzo d'oro e 44 d’argento, qualche tonnellata in più di quanto era stato denunciato all'assicurazione.