VIAREGGIO. Fino ad oggi ne ha parlato poco. Pochissimo. E, soprattutto, malvolentieri. Perché la morte del fratello Franco – anche a nove anni di distanza - resta uno dei capitoli più tristi della vita di Giorgio Panariello. Ma con quell’episodio drammatico avvenuto a Viareggio la notte di Santo Stefano del 2011 - quando fu trovato morto sulla Terrazza della Repubblica - l’attore toscano ha sempre dovuto convivere nel suo intimo, quasi a voler elaborare un dolore che la sua professione di comico non gli permetteva di esternare. Il coraggio di tirar fuori tutto e di condividere pubblicamente il tormentato rapporto con il fratello, Giorgio Panariello lo ha però trovato qualche mese fa, quando ha deciso di mettere nero su bianco la parte più privata della sua vita. E raccontare il legame – alcune volte felice, altre volte decisamente burrascoso – con Franco. Ne è nato un libro – dal titolo Io sono mio fratello (Mondadori, 168 pagine, 18 euro) – che vedrà la luce il 3 novembre. Dove i due fratelli del titolo sono proprio Giorgio e di Franco.
A pochi giorni dall’uscita del libro, Giorgio Panariello è stato intervistato in esclusiva dalla rivista Vanity Fair. E la sua è diventata la storia di copertina del settimanale (“Caro fratello ti scrivo”, è il titolo). Una storia in cui l’attore si mette a nudo e riavvolge il nastro di questi nove anni e si spinge anche oltre, andando a ripescare nel cassetto dei ricordi i momenti vissuti insieme fin dall’infanzia. Vite parallele, le loro. Perché, anche se separati fra loro da appena un anno d’età, i due fratelli hanno corso la loro esistenza su binari diversi. «Tra me e Franco – racconta Panariello a Vanity Fair – la differenza l’ha fatta la fortuna. Franco avrei potuto essere io. Nessuno dei due aveva mai saputo chi fosse nostro padre e mia madre, che ci aveva messi al mondo troppo in fretta, non era stata in grado di assolvere alla sua funzione. Io, nato un anno prima di lui, venni affidato ai nonni. Lui finì presto in collegio senza incontrare affetto e attenzioni». E così, a disegnare un destino così diverso fra i due fratelli fu il fato. «Franco – ricorda ancora Giorgio – venne mandato a Marina di Massa, in collegio, e la sua vita deragliò» fra alcol e droga.
«Per potersi permettere un bicchiere in più, lasciato il collegio, Franco aveva iniziato a dedicarsi ai piccoli furti e quando mio nonno lo venne a sapere in men che non si dica lo mise alla porta. Con estenuanti mediazioni io e la nonna lo convincemmo a farlo dormire nel box in lamiera che era accanto alla casa. Un tugurio che d’inverno gelava e d’estate infuocava. Ci perse letteralmente un polmone». Quanto a Giorgio, invece, si iscrisse alla scuola alberghiera «che lasciai in fretta per troare un posto come operaio elettricista ai cantieri di Viareggio».
Alla morte della nonna e con il nonno «che si era lasciato andare e rincasava ubriaco», Giorgio cercò di recuperare il fratello nel frattempo caduto nel tunnel della droga. Tanto che cercò di entrare nello suo giro di amicizie. «Mi illusi che tentare di farlo smettere con la droga non sarebbe stato impossibile. Una sera – ricorda – mi misero davanti l’eroina. Avrei dovuto sniffarla e l’avrei sicuramente fatto, forse per una sfida idiota o forse per dimostrargli che tra il diventare dipendenti o il non esserlo la differenza era soltanto nella forza di volontà. A un certo punto vidi spuntare un accendino, infine un cristallo e capii a cosa stavo andando incontro. Uscii di corsa da quella casa e probabilmente mi salvai la vita». Senza però riuscire a portar via il fratello.
Un altro tentativo per fargli cambiare strada lo fece quando lo portò a lavorare con sé. «Pensai che potesse aiutarlo, ma mi dovetti ricredere. Per alleviare l’astinenza si affidava ad alcol e pasticche e in certe occasioni, se non ci fosse stato da piangere, ci sarebbe persino venuto da ridere. Una sera sul palco mise tutte le canzoni sbagliate e in un’altra spese tutto il mio cachet per offrire da bere a mezzo paese. Rubava, mandava a fare in culo tutti, ma non so perché sapeva comunque farsi voler bene».
Poi, per Giorgio, arrivò il successo. Non presto, visto che il suo talento – dopo tanta gavetta insieme ad altri nomi celebri della comicità toscana come Carlo Conti, Leonardo Pieraccioni e Graziano Salvatori – esplose soltanto a quarant’anni. Anche se in maniera fragorosa. Con i due fratelli che nel frattempo, dopo i profondi dissidi degli anni precedenti, si erano ormai persi di vista. «Non lo vedevo da un po’ – racconta ancora Panariello a Malcolm Pagani di Vanity Fair – ma sapevo che si era messo a spacciare. Una volta lo vidi spuntare fuori da un camerino accompagnato da un ceffo. Lo invitai a entrare e mi chiese subito il denaro. Fui fermo: “Franchino, soldi per far drogare te e i tuoi amici non te ne do più”. La discussione degenerò, il suo volto trasfigurato emanava rabbia. Cedetti e gli diedi i pochi euro che avevo in tasca».
Panariello ricorda anche i tentativi di disintossicarlo fatti dapprima a San Patrignano e poi nella comunità di recupero di don Mazzi. Tentativi che sembravano aver avuto successo, con Franco uscito “pulito” da quelle esperienze. E apparentemente rinfrancato. «Aveva voglia di vivere e aveva compreso quanto fosse meraviglioso volare con i piedi per terra. Si era trasferito a Pietrasanta, aveva trovato un lavoro stabile e mi venne a trovare la vigilia di Natale. Passammo una serata bellissima, a ricordare le follie fatte insieme e poi ci abbracciammo. Si sistemò la sciarpa, fece un’ultima risata delle sue, con la voce roca mi salutò e lo guardai sparire con la sua andatura sempre in pencolo, sistemandosi il ciuffo. Fu l’ultima volta che lo vidi».
Ora, a distanza di nove anni da quella morte, Giorgio Panariello ha deciso di scrivere un libro sul suo rapporto con Franco. Quasi a voler suggerire che la sua vita sarebbe potuta essere invertita con la sua. A tal punto da intitolare questo libro di ricordi Io sono mio fratello. Un grido di dolore e di rabbia, più che un titolo vero e proprio. Ma anche un modo di riconciliarsi con se stesso per ciò che Giorgio non è riuscito a fare nei confronti di suo fratello. «Lo fatto per togliere dalla testa della gente che Franco fosse un ex tossicodipendente travolto dall’ultimo buco e far capire che la sua storia sarebbe potuta capitare a chiunque». E i tanti che, fra la Versilia e Massa, hanno conosciuto e conoscono Giorgio Panariello, sono pronti a scommettere che questo libro è un grande gesto di amore. Da leggere tutto d’un fiato. Ma questa volta senza aspettarsi di ridere. —
