Giustizia per Stefano a 10 anni dal delitto

Rinviato a febbraio 2021 il verdetto finale della Cassazione. I familiari: «La vita è ricominciata, ma vogliamo la verità»

CAMAIORE. La vita è ricominciata, per quanto possibile. È nata una bambina, in casa Romanini: la nipotina di Stefano, ma a lui la gioia di essere nonno è stata negata. È stato ucciso appena uscito di casa, con nove colpi di pistola, l’8 febbraio del 2011: su quell’omicidio, avvenuto in pieno centro a Camaiore, la parola fine sarà scritta soltanto a febbraio 2021. Dieci anni dopo.

La famiglia di Stefano Romanini, che aveva 47 anni ed era un impresario edile con alterne fortune quando è stato assassinato, non ha accolto bene la notizia del rinvio dell’udienza in Corte di Cassazione. Viene vissuta come l’ultimo schiaffo di una giustizia un po’ traballante, anche se il ringraziamento al lavoro di Procura e polizia è sempre stato espresso dai familiari. La squadra mobile di Lucca, coordinata dal pm Fabio Origlio, fu costretta a indagare anche su colleghi: tre carabinieri della stazione di Camaiore, finiti in un altro filone processuale perché accusati di aver aiutato Roberto Romanini, 68 anni, cugino di Stefano. Roberto è, ad oggi, l’unico imputato per l’omicidio, di cui è stato giudicato il mandante sia nel processo di primo grado che in Appello. A febbraio spetterà alla Cassazione decidere se la condanna all’ergastolo diventerà definitiva. Roberto Romanini, peraltro, è già in carcere da tempo, perché deve scontare un’altra pena: quella per il sequestro dell’ex socio in affari. Un’altra vicenda oscura, con sevizie e ricatti, per cui i tribunali hanno stabilito una condanna finale a 16 anni.


«Non abbiamo mai ricevuto alcun messaggio da lui. Non ha mai chiesto scusa, né dato un euro del risarcimento previsto dai giudici – dice Simonetta Pellegrini, cognata di Stefano (è la sorella della vedova Giuliana) – Questo è quanto. Noi abbiamo ricominciato a vivere, in qualche modo: mia sorella, le sue figlie Stella e Serena. Nessuno ci ha dato una mano e ci siamo stretti tra di noi, come abbiamo sempre fatto. C’è la gioia di questa bambina, che Stefano non vedrà mai. Alla fine la vita va avanti, anche se non ci potrà essere restituito quello che ci è stato tolto».

Secondo gli inquirenti, Roberto ha voluto e organizzato l’uccisione di Stefano. Il movente, secondo l’accusa, potrebbe essere stato doppio: da un lato far pagare al cugino i debiti lasciati nell’impresa edile che avevano messo su insieme, la Rb escavazioni. Dall’altro c’era una polizza sulla vita da 600.000 euro, che Stefano Romanini aveva sottoscritto e i cui beneficiari erano i soci della Rb: il cugino Roberto e un altro imprenditore. Quella polizza, però, non è mai stata pagata nonostante la morte di Stefano: dal momento che aveva lasciato la società, non era più valida. Ma questo, sostengono gli inquirenti, era un particolare che poteva non essere conosciuto da Roberto. Che si sarebbe avvalso, così hanno ricostruito gli investigatori, di un killer che poi si è dato alla fuga e non è mai stato individuato. Salvo sorprese clamorose, l’uomo che sparò a Stefano resterà per sempre senza nome. A prescindere da come andrà l’udienza di febbraio in Cassazione.

«Noi vogliamo giustizia, vogliamo sapere la verità – dice Simonetta – Abbiamo aspettato tanto, troppo».

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