Il Carnevale delle polemiche: la tristezza e le coreografie mettono in ombra i carri

VIAREGGIO. Il naso all’insù di tanti bimbi ma anche degli adulti. Il Carnevale di Viareggio è questo: è spettacolare, mostruoso, ironico, impegnato, un po’ triste. Ed è proprio questa deriva seriosa che fa agitare gli animi dei viareggini. Da anni viene criticata ma i carristi non ci sentono e mettono anche quest’anno su cartapesta il tema della violenza sulla donna, della plastica in mare, del ruolo della madre e dell’arte, lasciando a casa temi più classici come la presa in giro dei potenti o il ribaltamento dei ruoli di medievale memoria.

I viareggini doc, duri e puri, che hanno un’idea precisa della sfilata, “la più bella del mondo”, vorrebbero che scendessero dal carro i contenuti internazionali e la musica techno. “Devono tornare le vecchie canzoni del Carnevale e la satira politica - tuona Gianluca Domenici, autore di Delafia e del Samba del Viareggino – e poi ci sono troppe coreografie”. Ed effettivamente, a un occhio non viareggino, quell’autodromo di carri che sfila ad ogni Corso porta con sé una pletora non trascurabile di persone che, coordinati o meno, balla davanti alle creazioni dei carristi. Una riflessione che, sappiamo già, fa scuotere la testa in segno di approvazione  a diversi lettori. Stefano Pasquinucci rilancia e considera le coreografie un vero e proprio prolungamento del carro. Che però viene prima. “Lo sguardo scorre dal basso all’alto”, perché è vero che il carro è il piatto principale ma la coreografia è l’antipasto. Che sia un’abbuffata? Il regista Adolfo Lippi addirittura parla di “Carnevale gelido”: storicamente sospeso tra il coinvolgimento del pubblico e lo spettacolo da guardare da distanza, le coreografie hanno avvicinato il carro alla gente che però è stata automaticamente esclusa dai giochi della parata mascherata. Ecco i tre interventi “d’autore” sulla polemica delle coreografie e del Carnevale serio e “colto”.

La pietra dello scandalo: le coreografie

Quest’anno la polemica scoppia al Festival di Burlamacco che si trasforma in un processo a Marialina Marcucci, presidentessa della Fondazione Carnevale. Lei sotto i riflettori insieme al regolamento. Nella serata delle canzoni, i Carnevalari l’hanno criticata ferocemente per la scelta d'incentivare le coreografie sui carri a discapito - secondo loro - della spontaneità e dell'allegria. Un concetto ribadito con la parodia di una famosissima scena di “Full metal jacket” in cui il sergente maggiore Hartman riprende il soldato Palla di lardo, che qui diventa un figurante costretto ad adeguarsi a un rigidissimo regolamento in tema di coreografie.

Ce n’è per tutti, perfino per i carristi. Ma il costruttore Fabrizio Galli, chiamato dai Carnevalari come presidente di giuria, non si impermalosisce. Anzi, ci scherza su: «Il prossimo anno non farò la coreografia», esclama suscitando l’ovazione della platea. E aggiunge: «Servono anche le prese di giro, questo Festival dimostra che il Carnevale è vivo e che ha un futuro».

Ma Marialina non ci sta

«Quella sulle coreografie – replica Marcucci - è una polemica che non va certo fatta con la Fondazione perché qualsiasi attività ciò che si sviluppa intorno alla realizzazione di una costruzione è nella libera volontà dei carristi. Tanto è vero che le coreografie non sono nel bando. Il bando eventualmente fa riferimento alla spettacolarità. Ma la spettacolarità può essere un concetto legato alle coreografie come anche alla monumentalità di un carro o ai movimenti».

«Mi sembra azzardato dire che le coreografie non siano popolari e non rappresentino Viareggio quando ci sono quasi quattromila figuranti che sfilano e che rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione. Semmai contrasto chi le attacca per principio: fra l’altro è nella storia del Carnevale costruire una relazione con il pubblico. Il punto semmai è un altro: i Carnevalari si dispiacciono che i carri non siano più stracolmi di maschere a bordo, ma questo non dipende né da noi né dai carristi. Dipende dalle regole di sicurezza che non ci siamo inventati noi e che precludono comportamenti a rischio».

Carnevale di Viareggio 2019, il corso notturno

L'autore Domenici: basta Carnevale triste

«Il problema di noi viareggini è che ci si scanna, a volte in modo anche violento, su un tema. Poi però, all’improvviso, presi dalla nostra congenita pigrizia e indolenza, alla fine non ce ne frega più nulla della nostra battaglia ideologica, e si pensa ad altro». Così si sfoga l’autore di Delafia e di altre canzoni tradizionali del Carnevale in un’intervista al Tirreno. «Ecco, sul Carnevale oggi succede un po' questo. In molti si scagliano  contro questo Carnevale triste e pseudo-colto ma poi non hanno il coraggio di tirare fuori la voce, se non in estemporanee e sterili uscite sui social di turno».

Dunque la polemica deve uscire fuori dalla realtà virtuale e arrivare in strada, a chi può ascoltarla: «Le coreografie, oggi, sono imprescindibili, perché costituiscono una rappresentazione scenica del carro. Non si può essere contro. Ma nemmeno esserne a favore se, in 3 ore di corso mascherato, si sentono solo musiche inquietanti e internazionali – e continua - Il carnevale deve essere evasione, il vivere almeno per un giorno fuori dai problemi. C’è sete di allegria».

«Il Carnevale di Viareggio vanta una produzione musicale che conta più di 1500 brani. Siamo secondi solamente alla Canzone Napoletana. Eppure sui carri grandi non si ascolta più nessuna. Dobbiamo salvare la nostra tipicità, la nostra lucida follia, la nostra illogica allegria, la nostra musica e il nostro animo dissacratore come prodotto tipico. In altre parole, la nostra storia. Salvaguardiamo questo spirito, è la nostra unica salvezza. E come me, credetemi, la pensano davvero in tanti viareggini».

Viareggio. Il secondo corso del Carnevale si tinge di arancione

Stefano Pasquinucci: il carro viene prima di tutto

Gli elementi di discussione che, in tal senso, mi permetto di aggiungere sono essenzialmente tre che, in ordine sparso, vado ad elencare. L’introduzione delle corde, necessarie per la sicurezza, ma ostacolo alla libertà di movimento del pubblico (peculiarità pressoché unica al mondo per eventi di questo tipo). L’inesorabile diminuzione del numero di maschere sui carri e la reale efficacia dello spettacolo offerto dai figuranti a terra.

È questo l’aspetto che, forse, meriterebbe la riflessione più profonda. Chi assiste all’arrivo di un carro, infatti, orienta il suo sguardo dal basso verso l’alto per ammirarne i movimenti, le figure proposte, i colori e godere appieno di una “apparizione” d’insieme così profondamente emozionante e coinvolgente. La coreografia viene dopo. È subordinata alla costruzione, non predominante. Il soggetto principale, il protagonista indiscusso è il carro e la meraviglia che ogni volta riesce a generare. Le opere del passato che sono lì, ancora oggi, a raccontarci una storia di cui andar fieri. Carri come il Pierrot del Baroni, i “Grandi in Maschera” del Galli o la rivoluzionaria “Ballerina” di Lebigre e la sua “coreografia” così popolare, spontanea e, soprattutto, libera.

Carnevale di Viareggio 2019: la sintesi del primo corso

Adolfo Lippi: lo spettacolo gelido delle sfilate moderne

Non si può allora semplificare: coreografie si, coreografie no. Bisogna invece tenere conto di quale funzione abbia ancora oggi, a distanza di millenni, questo slancio dionisiaco che precede la Quaresima delle astinenze e del digiuno. Slancio che è il carnevale.

A Viareggio i carnevali sorsero in via Regia per iniziativa dei ricchi lucchesi che vi avevano splendidi palazzi. Nessuno di loro avrebbe lasciato libere le proprie figlie di scendere in strada e sgambettare. E le prime sfilate dei carri ebbero allora due pubblici: sopra i balconi i nobili, nella folla il popolino che prese a lanciare coriandoli. I carri trascinati dai trattori avevano a bordo gruppi di maschere che si limitavano ad agitare le gambe. Sotto scorreva la folla. Anzi, non scorreva affatto. Restava immobile, gelida, a veder passare i carri sicché si inventarono anche le tribune immaginando un carnevale spettacolo che andava guardato come un’opera d’arte.

Le maschere pur restando in parte sopra ai carri, furono messe ad occupare lo spazio davanti ai trattori. Avrebbero trascinato la folla “gelida” facendo carnevale di movimento, di baldoria. E si videro allora straordinari cortei che pur intralciando lo scorrere dei carri (anche adesso tra un carro e l’altro trascorrono ore) tentavano di dare “spirito” ed ebbrezza nel generale mortorio degli spettatori. Andò bene per parecchi anni. Il Carnevale tornò a farsi “caldo”.

Se il Carnevale dev’essere vissuto e deve dare un contributo alla necessaria gioia (che interrompa i problemi quotidiani), non si può allora evitare di bere, mangiare salsicce e frittelle, farsi “caldo” nel ballo e nella canzone. I cortei, le coreografie, devono allora coinvolgere e non stravolgere. Se invece si sceglie la strada “fredda”, come nel jazz, allora i viali andranno riempiti di altre tribune. Ed il pubblico sarà soltanto chiamato ad assistere (ma le tribune andranno comunque riscaldate). Ma questo sarà ancora carnevale?