I suoi cani abbaiano di notte: condannato imprenditore

Pena di 300 euro di ammenda per Gualtiero Vanelli e la compagna. Secondo la Cassazione per due anni hanno «disturbato il sonno pubblico»

FORTE DEI MARMI. La libertà del cane di essere cane e di abbaiare è – dice da sempre la Cassazione – un diritto da tutelare. Ma se un cane abbaia in piena notte, tutte le notti (o quasi), per due anni di fila, beh, quello passa direttamentedalla natura al reato. Cioè: disturbo del riposo delle persone. Ed è il motivo per cui Gualtiero Vanelli, noto imprenditore del marmo carrarese, o "The marble man" come lo chiamano negli Usa, e titolare (insieme ad altri) del Nikki Beach di Marina di Pietrasanta, è stato condannato dalla Cassazione alla pena simbolica di 300 euro (pena condizionalmente sospesa). Con lui è stata condannata anche la compagna, la giovane modella polacca Natalia Kozior. I due cani che tenevano nella loro villetta di Forte dei Marmi, per due anni (dal giugno 2013 all’aprile 2015), hanno abbaiato – secondo quanto ricostruito dal giudice sulla base degli esposti e delle testimonianze dei vicini – notte e giorno, tenendo sveglio mezzo vicinato.

I fatti risalgono al 2013, appunto, quando sono iniziati i primi esposti alla polizia municipale di Forte dei Marmi da parte dei residenti. Il 18 luglio ne arrivò uno, al comando, con 31 firme. «Quei cani abbaiano tutto il giorno - dicevano - non si dorme». Quando, l’anno successivo, un agente del commissariato di polizia fece un sopralluogo alla villa notò che, «non solo che gli animali abbaiavano e che in casa non c’era nessuno – si legge nella sentenza della Cassazione – ma che sul cancello dell’abitazione vi era un cartello con la scritta “sono una mamma, i cani abbaiano da molto tempo”».


Vanelli e compagna hanno provato a impugnare la sentenza del tribunale di Lucca (che li condannava appunto per disturbo del riposo pubblico) perdendo però il ricorso (il Tirreno ha provato a contattare l’imprenditore ma non è riuscito a parlare con lui). Secondo la Corte suprema, primo: il dovere «d’impedimento di strepiti di animali deriva dal mero possesso degli animali medesimi, a prescindere dal formale titolo di proprietà». Cioè i cani, all’anagrafe canina, possono essere di chiunque, ma poi ne risponde chi li tiene. Secondo: «Poiché il bene tutelato dalla fattispecie in esame è rappresentato dalla quiete pubblica, la quale implica di per sé l’assenza di disturbo per la pluralità dei consociati, per la sussistenza del reato è necessario che i rumori abbiano una tale diffusività che l’evento di disturbo sia idoneo ad essere risentito dalla collettività, in tale accezione ricomprendendosi ovviamente il novero dei soggetti che si trovino nell’ambiente o, comunque, in zone limitrofe alla provenienza della fonte sonora, atteso che la valutazione circa l’entità del fenomeno rumoroso va fatta in relazione alla sensibilità media del gruppo sociale in cui il fenomeno stesso si verifica». Quindi: dal momento che i cani si sentivano ben oltre la villa, quello era disturbo della quiete pubblica. —