«Senza slot machine vivo finalmente senza rimorsi»

Azzurra Cerri nel 2014 sostituì le macchinette con una libreria «C’è chi passava intere giornate a giocare e chi mi derubava»

VIAREGGIO. Azzurra tiene la tazza di tè con entrambe le mani mentre racconta la guerra di ieri e la pace di oggi. Lo fa con le parole e ancor più con gli occhi, così profondi da smarrirsi diffusamente tra gli angoli remoti di quella stanza «che rappresenta ciò che sono». È costretta a fermarsi, quando qualcuno entra nel suo bar, il “Why Not? ”. Lei si alza dal tavolo, si sposta dietro al bancone per servire i clienti e torna a sedersi. Per riprendere il discorso dal punto esatto in cui si era interrotta.

Quel brevissimo tragitto lo compie almeno una decina di volte nel giro di pochi minuti, sempre indossando un sorriso sincero. Un bar peculiare, reso tale dalla popolarità – inattesa e inestimabile – generata dalla scelta controcorrente della titolare, Azzurra Cerri, di disfarsi delle slot machine e riempire quello spazio vuoto con una mini-libreria. Accadeva sul finire del 2014 nella collocazione originale del “Why Not?”, in via Aurelia Nord di fronte all’Esselunga.


Il primo luglio scorso, poi, lo spostamento in un fondo distante alcuni metri più a sud, nuova tappa di avvicinamento ad un personale desiderio di realizzazione che ha trovato concreta espressione nel retro del locale, ispirato a “Shakespeare and Company”, celebrissima libreria di Parigi (vicino a Notre-Dame), città di cui la ragazza è innamorata alla follia. “Follia”, come il testo di Patrick McGrath, quello a cui tiene maggiormente tra i «circa 2500» contenuti negli scaffali in legno che giganteggiano nella stanza. «Dà l’idea di essere antica e vissuta, proprio come me l’ero immaginata. A volte ne sono un po’ gelosa, ma mi emoziono quando le persone dicono “Sembra di essere a casa”», confida Azzurra, rasserenata, finalmente libera da un peso che tanto la opprimeva. «Non c’è mai stato un solo istante in cui mi sia pentita di aver rimosso le slot machine dal mio bar».

Ricevuto, forte e chiaro. Un crescendo rossiniano di degrado morale e economico ripassato con il tono di voce di chi, ormai, non consente più a quei ricordi di farla soffrire. «C’erano persone che trascorrevano intere giornate davanti alle macchinette, alcune pretendevano in prestito monete per giocare, magari senza neppure saldare il debito». E poi ancora, riferendosi agli addetti della concessionaria con cui aveva stipulato l’accordo. «Al telefono mi dicevano: “Fai questo, fai quello”. Volevano comandarmi a bacchetta. Mi chiamavano Azzurrina. Non si rendevano conto che io dovevo preparare caffè, non accendere o spegnere le macchinette quando me lo ordinavano». E poi i furti. «Quante volte sono entrati i ladri (nel precedente fondo, ndr): infrangevano i vetri, forzavano le porte laterali, tentavano di portar via i soldi». Panoramica di un calvario logorante, dilatato nel tempo. «Non mi sentivo più bene con me stessa», ammette. E come darle torto? Di sicuro, quando ha dato seguito, coi fatti, all’intenzione di rinunciare alle slot machine, non poteva minimamente immaginare che quella decisione avrebbe sollevato un’eco mediatica di immani proporzioni. Anche a distanza di mesi, persino di anni, decine di media nazionali hanno contattato Azzurra per ricostruire la sua storia. Della quale si è occupato, tra gli altri, il Tg1, con un servizio all’interno dello speciale dedicato alla ludopatia andato in onda l’estate scorsa. Sequenza di interviste inframezzata da partecipazioni a incontri, come quello – sempre sul gioco d’azzardo – che si è tenuto nel 2016 a Verona durante “Tocatì”, il Festival internazionale dei giochi in strada. E da riconoscimenti. Un anno prima, infatti, a Subiaco (vicino Roma) ne aveva ricevuto uno, prestigioso, nell’ambito della rassegna “Fieramente Il Libro”.

«Quel giorno tra i premiati c’era Pupi Avati, regista che adoro. Volevo avvicinarlo, ma ogni volta venivo fermata da persone incuriosite dalla mia vicenda. Ero imbarazzatissima». Le scappa una risata, quando lo dice. Lei, ragazza coraggio, ha conosciuto anche l’altra faccia della medaglia, quella degli insulti sui social network. «Mi scrivevano: “Chiuderai presto, fallirai”. E molto altro. Non mi hanno ferita eccessivamente, per fortuna le offese sono state poche a fronte dei complimenti per la mia decisione».

Lo sguardo di Azzurra torna a farsi intenso quando scruta quegli angoli di bar in cui ha voluto portare un (bel) po’ di sé e del suo mondo: il pianoforte della nonna, «che si doveva vedere dalla strada» e un’immagine che la ritrae in un momento spensierato di Carnevale con l’amico Manuele Iacconi (il giovane pestato a morte la notte di Halloween del 2014). Proprio nel retro del “Why Not?” si svolgono regolarmente presentazioni di libri, incontri con gli autori e corsi di scrittura creativa. «Sono orgogliosa di me», rivendica Azzurra. La popolarità, però, non c’entra.

«Sono la stessa ragazza di sempre, che ha saputo realizzarsi e rinunciare ai guadagni facili. Solo che adesso, oltre a fare caffè, do anche consigli letterari, a chi me li chiede».