Un premio in agonia

Il «Viareggio» fra passato (glorioso) e presente (asfittico)

L’agosto è il mese del Premio Letterario Viareggio. Come annunciato, verrà festeggiato con la consegna dei premi alla narrativa, alla saggistica, alla poesia la sera del 27 agosto. Con la solita aggiunta del premio alla personalità che si è distinta nell’anno per la cultura, la pace e la cooperazione tra i popoli. Ancora non è definito se la consegna dei premi avverrà alla Cittadella del Carnevale oppure nel nuovo spazio culturale posto nel giardinetto di villa Paolina.

Ma altri due eventi, ideati da privati, avranno quest’anno luogo: una serata rievocativa al bagno Lidino (dove il premio fu fondato da Rèpaci, Salsa e Colantuoni) nel corso della quale sarà distribuito una replica del famoso numero unico “gli Immortali” al quale contribuirono Lorenzo Viani ed Enrico Pea. E una messa in loco, alla Capannina del Marco Polo, di una lapide a ricordo dei settant’anni dell’assegnazione del premio alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. La prima iniziativa è del poeta e animatore Filippo Mori, la seconda è provocata da Federico Guidi che fu più volte consigliere comunale. L’avvocato Davide Zappelli, addetto per il comune al premio letterario, garantisce per le due annunciate manifestazioni che faranno corona all’ufficialità del Viareggio che per questa edizione prossima compirà 88 anni, portati con affanno.

Ma perché il premio Viareggio (così celebre e celebrato fino agli anni Novanta) vive così stentatamente, tanto da venir disertato non solo dai viareggini ma dall’intera stampa nazionale (considerando anche l’essenza della tv)? I motivi sono tanti. Lo scarso interesse del pubblico verso libri che non siano gialli, vite di cantanti, ricette culinarie. La scarsa propensione degli editori a pubblicare letteratura di qualità. La modestia di una giuria che viene ben diretta da Simona Costa, presidente, ma non eccelle per nomi che, come invece fu nel passato, facciano clamore e notorietà mondane.

Vi è un bellissimo libro di Leone Sbrana (ha per titolo Il Premio) che fu segretario del Premi Viareggio dal 1946 al 1962 (poi fu dimesso da Leonida Rèpaci, padre-padrone del premio) nel quale, anno dopo anno, sempre si denuncia il disinteresse dei viareggini per quest’istituzione.

Come ben si sa ai viareggini piace soltanto, come “cultura popolare”, il notissimo Carnevale. E semmai si devono battere, ecco che tra i fondi concessi dalla Regione Toscana la loro richiesta è sempre stata indirizzata a Burlamacco. Nemmeno la stagione lirica pucciniana li conquista. E ciò è grave colpa, della quale ben si approfittano i cugini lucchesi, tant’è anche in una recente trasmissione televisiva fatta dagli inglesi a Puccini è interamente dedicato un capitolo Lucca (con abbondanza di immagini), ignorando completamente Torre del Lago dove Puccini visse la sua intera vita artistica di successo (A Viareggio scrisse “Turandot”).

Tornando al premio Viareggio vi furono però anni, nel 1930, nel 1953, nell’edizione del 1963 che la platea del giardino dell’hotel Royal fu affollatissima. Guardiamo chi erano le giurie: nelle prime vi fu Luigi Pirandello, il premio fu socialisteggiante. Poi divenne fascista e venne ben protetto dal ministro Pavolini ch’era fiorentino. Poi, dopo il 1946, il premio Viareggio fu nel potere dei comunisti (tant’è che il sindaco Alessandro Petri voleva municipalizzarlo. Però vi fu il parere contrario di Togliatti e Rèpaci tornò in sella). Dopo il 1962 Rèpaci si batté per due ex fascisti come Piovene e Berto e dalla giuria furono “espulsi” Moravia, Pasolini, lo stesso Sbrana.

In quegli anni, quando Repaci ebbe rotto con la Olivetti (che finanziava la manifestazione) si accostò alla Rizzoli io, per ben cinque anni, feci l’aiutante di Rèpaci. Intanto s’avvicinò la nuova segretaria, Gabriella Sobrino, una poetessa romana, che accompagnò il premio Viareggio (morto Leonida Rèpaci) alla presidenza prima di Lucio Villari poi di Cesare Garboli. Nel suo libro Sbrana ben racconta i sospetti dell’amministrazione democristiana (aveva vinto a man bassa le elezioni del 1948) verso i “compagni” del Viareggio. Ma il premio, con la potente affermazione delle “lettere” di Gramsci (e una giuria che comprendeva Massimo Bontempelli, Concetto Marchesi, Libero Bigiaretti ecc.) conquistò davvero gli italiani. Un premiato, grazie al “Viareggio”, poteva anche vendere centomila copie. Così non mancarono nel Gotha nomi prestigiosi, da Umberto Saba a Carlo A. Jemolo, da Tobino a Moravia, da Vasco Pratolini a Giancarlo Vigorelli, da Gadda a Pasolini, da Anna Banti a Bevilacqua. Neruda compreso. E nella giuria passarono Guttuso, Zavattini, Montale, Ungaretti, Longhi, Moravia, Flora, Debenedetti, Sapegno. Insomma a Rèpaci non mancavano certo i sostenitori, da Picasso a Togliatti fino a Fellini.

Ed allora: una storia tanto ricca, un curriculum tanto mirabile, meritano la gestione modesta e poco pubblicizzata degli ultimi anni? Merita che il comune, la regione, il ministero dei beni culturali, non diano sovvenzioni e lascino languire questa creatura che tanto fu amata dagli intellettuali italiani che, è ben noto, dettero anche vita a ruvide scazzottate nella hall dell’hotel Royal pur di far trionfare il loro candidato?

Si dirà: bei tempi! Non torneranno più. La letteratura non fa più scandalo, gli scrittori vengono accantonati per privilegiare gli chef. Ed è quasi vero, tuttavia ancora la cultura, se ben interpretata e valorizzata, fa appuntamento, basti vedere quanti festival di poesia, di narrativa, di filosofia, da Sarzana a Mantova, da Torino a Napoli, si svolgono in stagione, tutti tanto reclamizzati e frequentati.

Il Viareggio ha da esser dimenticato? Chi decide così il suo destino? D’accordo con Palmiro Togliatti, il premio Viareggio non dev’essere municipalizzato, tantomeno nazionalizzato. Deve rimanere in mano però a chi lo guida verso un migliore destino. E ciò adesso non avviene.