Il fotografo del ’900 

Dai grandi della storia alle star del cinema: scatti memorabili

È un maestro della fotografia di fama mondiale. Ha fotografato Ho Chi Min, Fidel Castro, Elizabeth Taylor, Bertrand Russel. Ha pubblicato copertine su “Time” su “Life”, su “Il Mondo”, su “L’Espresso”. Ha lavorato dentro tutte le guerre degli ultimi cinquant’anni, dal Vietnam alla Jugoslavia. Adesso, ad ottantadue anni, portati da giovanotto pensoso, è tornato a Pietrasanta, vive in una luminosissima casa-studio lungo l’Aurelia assieme alla terza moglie, Patty, svizzera, fotografa come lui. Il maestro è Romano Cagnoni, pietrasantino doc, nato dal padre Umberto, lavoratore del marmo e da Ada, mamma casalinga.
Che avrebbe potuto fare in quella che allora nemmeno era “la piccola Atene” ma era un borgo versiliese di pede-collina? Infatti lo mandarono a scuola al “Carlo Piaggia” di Viareggio per diventare magari ragioniere. Però gli studi, racconta, non gli garbavano, gli scivolavano addosso, così, per aiutare la famiglia andò garzone in una fabbrica del ghiaccio e comprò il suo primo libro “Giulio Cesare” di Shakespeare. Per non farsi scoprire come intellettuale precoce correva a leggerlo, nascondendosi, nei prati e lo recitava anche perché in quei tempi la sua passione era fare l’attore, declamare.
Ma l’illuminazione vera gli venne dopo. Già s’incantava davanti alle vetrine dei fotografi e, preso coraggio, un giorno si presentò in una bottega e lo assunsero. Dice: «In bottega avevano della pellicola scaduta e mi proposero di usarla per fare pratica. Un paio di domeniche dopo mi trovai in piazza del Municipio, con una Leica dello studio, ad aspettare la gente del paese vestita a festa che ambiva farsi fotografare».
Il suo ricavo era il cinquanta per cento ma sentiva che quello sarebbe stato il suo mestiere. In estate poi lo mandarono in spiaggia a Marina di Pietrasanta: fotografie di bimbetti, patini affollati, famigliole rimpinzate di cocomero, bellezze a bagno pronte a farsi divette. Tutto uno spasso e i primi guadagni.
Una volta Romano fu convocato da Manlio Cancogni, giornalista già celebre, e per lui fu creativo, lo segnalò. Così per la successiva estate (si era negli anni cinquanta) poté comprarsi con 50.000 lire una sua prima Laica e due obbiettivi.
Aprì un suo primo studio e poté darsi delle arie. Nel tempo libero capitava a Viareggio e bazzicava il “Gran caffè Margherita” dove allora, diretti da Beny Moriconi, in camicia giamaicana, si ballava fino all’alba. Qui Romano abbordò un’inglesina pallida e timorosa. Si chiamava Hellen e per il cuore di lei, anche perché in Versilia d’inverno non si batteva un chiodo, si trasferì a Londra. Dove per sopravvivere fece il lavapiatti. E sposò Hellen, rimasta incinta.
Però la foto gli restava nel sangue. Scattava e scattava nei tempi liberi e qualcuno gli suggerì di far vedere i lavori al “Times educational magazine”. Miracolo! Si fa per dire. Invero Romano era già bravo così e le sue foto furono comprate non soltanto dal “Times” ma anche dal “Mondo” in Italia.
Allora gli venne una proposta allettante e rischiosa (gliela fece “L’Espresso”): fotografare Elizabeth Taylor che alloggiava spalleggiata da robustissimi bodyguards all’hotel Dorchester. Perché interessavano tanto queste foto? Perché Elizabeth Taylor avrebbe dovuto iniziare a Roma le riprese di “Cleopatra”. E non si presentava. S’era data ammalata. Invece, pur maritata con Eddie Fisher, stava flirtando proprio a Londra con Richard Burton e assieme a lui se la spassava; rispondendo ai produttori che aveva un brutto mal di denti.
Racconta Cagnoni: «Chiesi in prestito una macchina con un piccolo teleobbiettivo, mi arrotolai una corda attorno al corpo, mi dipinsi di inchiostro nero le mani, entrai nell’albergo, presi l’ascensore fino all’ultimo piano. Da lì una porticina dava sul tetto dell’albergo. Era buio. A un comignolo fissai la corda e mi calai sul cornicione, all’altezza del diciannovesimo piano, su un ballatoio che dava sulla camera della Taylor. Attesi con pazienza, tremando, che la star apparisse e lei apparve in un vaporoso negligé e io scattai tutti i fotogrammi della Laica».
Fu un successo universale. Quelle foto fecero il giro del mondo. Cagnoni entrò così nell’equipe di Simon Guttmann, un ebreo tedesco, che aveva scoperto e lanciato i più prestigiosi fotografi del mondo, da Felix Mann (famose le sue foto su Mussolini a Palazzo Venezia) a Robert Kapa (famosissime le sue foto sulla guerra di Spagna).
Cagnoni cominciò a diventare un fotoreporter di guerra. Riuscì ad ottenere un visto per il Vietnam del Nord, in pieno conflitto con gli americani, e raggiunse Hanoi. Da lì prese a frequentare le zone delle più accanite battaglie. Era accompagnato da un giornalista-vedette, James Cameron, e i due ebbero modo, unici occidentali, di essere ricevuti dal primo ministro Pham Van Dong. Ma quale fu la sorpresa di trovare assieme a Van Dong anche il leggendario Ho Chi Min, mito di un’intera generazione di contestatori europei ed americani (avversi alla guerra). Lo chiamavano zio Ho.
Racconta Cagnoni: «Guardandomi Ho Chi Min mi raggelò con la frase “Niente fotografie per favore”. Così chiacchierammo per un’ora di politica e poesia. Allora preso coraggio e gli dissi “Signor presidente, le migliori e più umili persone in occidente chiedono di vederla. Mi dia questa possibilità”. Alzò lo sguardo verso di me e rispose: “Lei è un ottimista. Gli ottimisti sono dei buoni rivoluzionari. Faccia pure le fotografie”. Così andò.
E così proseguì. Cagnoni poté fotografare Fidel Castro durante la crisi di Cuba, poté fotografare in tutti i conflitti, i più sanguinosi, dal Biafra alla Bosnia, dall’Irak alla Palestina. Più volte rimase sotto i bombardamenti, più volte rischiò la vita. Assieme allo scrittore inglese Graham Greene intervistò Salvador Allende in Cile, si facevano compagnia recitando poesie. Poi fotografò il ritorno di Peron in Argentina. Naturalmente le sue foto fecero le copertine dei più importanti settimanali del pianeta. Naturalmente, dopo, sono venute ben quarantacinque mostre personali e ben sedici libri.
Adesso fa il riposo del guerriero in Pietrasanta dove nacque e, con la sua bella faccia di pietrasantino di cava, indica le montagne che fecero da modello per il suo bellissimo e struggente volume “Marmo”. Ed è col marmo che Cagnoni si è formato, naturalmente, il suo carattere, spigoloso, audace, fortissimo negli eventi. Tutti i grandi che gli si sono prestati hanno avvertito così nei suoi occhi vibranti che proveniva, come Michelangelo, come Henry Moore, dalla contemplazione delle vette Apuane. E tutto ebbe inizio, con una Laica prestata, dalla Marina di Pietrasanta.