Da Viareggio all’Antartide per studiare il vulcano bianco

Paola Del Carlo per due mesi a capo di un progetto di ricerca sul monte Melbourne «Si sa poco di quel cratere e cerchiamo di ricostruirne la storia delle eruzioni»

VIAREGGIO. Camminare sopra il cratere di un vulcano bianco che sputa fumarole di ghiaccio e sentire solo il rumore degli scarponi che affondano nella neve. Toccare attraverso i guantoni quell’ammasso di neve senza sapere se e quando il monte erutterà. La natura selvaggia che ti inietta un’adrenalina di non cui ti liberi nemmeno quando torni alla vita normale, quando sai che il pericolo è passato. «Prendere il treno tutti i giorni, andare a Pisa, tornare a casa». Paola Del Carlo, ricercatrice viareggina dell’Ingv, è tornata da tre settimane da una spedizione in Antartide, dove è andata per studiare il vulcano Melbourne, e ha ancora addosso l’odore di quell’esperienza. «È estrema, mi manca. Spero di tornarci presto», racconta.

Classe 1964, laureata a Pisa con una tesi in vulcanologia, subito dopo l’università è andata a vivere e a lavorare a Catania. Era sempre sull’Etna e sullo Stromboli a studiare quei vulcani pazzi. Nel 2006 è tornata in Toscana: vive a Viareggio e lavora a Pisa. Non avendo più un vulcano attivo sotto i piedi è andata a cercarseli in giro nel mondo. La prima spedizione in Antardide l’ha fatta nel 2007 con un progetto internazionale durante il quale è stata fatta una perforazione nel Mare di Ross per studiare le variazione climatiche nel passato. Hanno perforato il ghiaccio, l’acqua, e poi giù ancora di altri mille metri e 20milioni di anni per capire come cambia il clima. Il progetto è durato due mesi. Poi è tornata a casa.

Spedizione in Antartide, il volo sopra il vulcano Melbourne

Lo scorso dicembre è ripartita. Due giorni di volo per arrivare in Nuova Zelanda, altri dieci di navigazione per arrivare a Baia Terra Nova, dove si trova la base italiana Mario Zucchelli. A 40 chilometri di distanza da lì, c’è il suo “bimbo”: il vulcano Melbourne, 2.700 metri di altezza, uno dei rari vulcani dell’Antartide, la cui ultima eruzione risale a 200 anni fa, ma di cui non si sa praticamente nulla. Non ci sono notizie storiche sul suo comportamento eruttivo e quindi le indagini geologiche sono state fondamentali per ricostruirle.

Paola ha fatto questo. Lo ha studiato da vicino con il progetto Icevolc, finanziato dal Pnra (progamma nazionale di ricerca in Antartide). È diventata responsabile scientifica del progetto («facente funzioni», spiega). Partiva ogni giorno dalla base con l’elicottero e atterrava sopra il cratere di ghiaccio. Con lei c’erano altri due ricercatori che si occupavano di installare stazioni per controllarne i movimenti sismici del vulcano. «Lo vedi ghiacciato, non fa paura come gli altri - racconta - Quel posto è magico. C’è un silenzio assoluto».

Era l’unica ricercatrice donna nella base italiana. Non sempre riusciva a uscire per i suoi campionamenti. Le bufere di neve la obbligavano a stare alla base, chiusa nei container dove sono state ricavate le stanze. Il termometro fuori era fisso a meno quaranta gradi anche nei giorni di sole. Indossava sempre quelli che gli americani chiamano gli heavy clothes, vestiti termici che sembrano fagotti. E poi guanti, cappello, radiolina per rimanere in contatto con la base e via su sulla cima del monte. «La cosa strana - racconta -era quella di essere lì in mezzo al nulla, in un posto che impieghi giorni a raggiungere, e poi trovarsi a chiacchierare del più e del meno con le persone che stanno con te. Come fossi a casa, in un bar». In fondo, anche l’adrenalina diventa abitudine.