La nave più potente affondata poche ore dopo l’armistizio

Settant’anni fa la tragedia della corazzata Roma: morirono 1.393 marinai

VIAREGGIO. Settant’anni fa: 9 settembre 1943, alle ore 16,12 la corazzata Roma ammiraglia della flotta navale italiana veniva centrata da due bombe radioguidate, Fritz X sd1400, sganciate da Dornier Do 217k tedeschi, decollati dall'aeroporto di Istres in Francia. Gli ordini dei tedeschi, dopo il nostro armistizio con gli angloamericani, erano di attaccare le corazzate italiane. La nave Roma è colpita, deflagra, poi si spezza in due tronconi affondando e trascinando nei gorghi 1393 marinai. Tra loro il comandante della nave Adone Del Cima di Torre del Lago. Questo episodio sarà il primo degli innumerevoli atti di violenza dei tedeschi contro il nostro esercito e la popolazione civile fino alla conclusione della guerra nell’aprile 1945.

La nave più potente del mondo. La nave da battaglia Roma, impostata nel 1938, fu costruita, insieme alle gemelle Littorio e Vittorio Veneto, per equilibrare l'eventuale presenza nel Mediterraneo delle due marine antagoniste: quella francese e inglese.Al momento del suo ingresso nella squadra navale era la nave più moderna e potente esistente al mondo, anche più delle Jova americane e delle Yamato giapponesi. Sia per potenza del suo armamento (i suoi cannoni 381 avevano una gittata di oltre 43 km), sia per la sua velocità: una nave di oltre 46mila tonnellate raggiungeva 31 nodi orari, quasi 60 km orari, in pratica un vero gioiello della potenza militare della Regia marina italiana.

Dubbi e misteri. Ma questo gioiello della tecnologia doveva avere una vita breve e poco gloriosa come nave da battaglia; infatti la Roma nella sua breve esistenza non ha preso parte a nessun combattimento e a nessuna operazione di guerra. Però nella sua breve carriera di ammiraglia della flotta italiana, è rimasta come la nave dei misteri e degli enigmi, che si sono trascinati fino ai nostri giorni, ancora oggi senza una risposta concreta ai fatti di quel lontano 9 settembre 1943.

A cavallo dell’armistizio.Il 6 settembre l'Ammiraglio comandante la flotta italiana da battaglia Bergamini è chiamato a Roma, dal capo di stato maggiore della marina Ammiraglio De Courten, in questo incontro si chiede a Bergamini «se gli equipaggi sono pronti allo scontro finale, che potrebbe esserci, oppure, per l'onore della Marina, affondare le navi in acque profonde affinché non cadano in mano al nemico». Ma quale nemico? La resa senza condizioni era stata già firmata dal generale Castellano a Cassibile in Sicilia il 3 settembre ma De Courten e Bergamini non ne sapevano nulla. Nel promemoria Dik, gli americani pretendono il controllo e la resa di tutta la forza navale da battaglia, nei porti di Bona e di Malta. Allora il nemico erano i tedeschi, ma Bergamini e la Marina questo ancora non lo sapevano. Logico quindi pensare, che la Marina italiana avrebbe fatto la sua ultima battaglia con tutte le navi disponibili alle unità angloamericane, con conseguenze inimmaginabili. Ma con lo spirito e l'onore di sempre, gli equipaggi di tutte le navi sono pronti ad andare a "bollire" nel calderone della battaglia di Salerno, come vociferavano.

L’ordine del re. Il giorno 8 mattina la corazzata Roma era alla fonda alla Spezia, unitamente alle gemelle Littorio (poi Italia) e Vittorio Veneto era una bella mattinata di settembre e gli equipaggi approfittano per scrivere ai familiari, anche perché già sentivano la quiete che precede la tempesta. Alle ore 18 la radio annuncia al mondo intero, alle forze armate al popolo la resa dell'Italia, e fu il caos generale. Da Supermarina arrivano ordini a Bergamini di portare la flotta a Bona. L'ammiraglio non è d'accordo, infuriato chiama Roma e vorrebbe lasciare il comando ad altri, ma dall'alto lo rassicurano che «è il Re che ha voluto questo per il bene della nazione», gli confermano che le navi isseranno sempre la bandiera italiana, anche il comando delle singole unità sarà dei comandanti in carica. Nelle concitate riunioni che si susseguono in quelle ore a La Spezia, fra comandanti e sottoposti, prevale sempre come idea: la battaglia finale o l'autoaffondamento. Ma alla fine Bergamini anche se a malincuore riesce a mettere tutti d'accordo per eseguire il triste ordine e alle 22 viene dato il comando di accendere le caldaie delle navi.

Il giorno della fine. Alle ore 3 del giorno 9 la flotta italiana lascia La Spezia diretta all'isola della Maddalena, dove si dice che il re attendesse le navi. La Roma lascia il porto spezzino per ultima, da notare che nessuna nave ha alzato il pennello nero e dipinto i cerchi neri sulle tolde, come stabilito dagli americani, piuttosto qualche superstite insiste nel dire che la Roma innalzasse il gran pavese, il perché non si sa. Alle 6,30 la squadra da battaglia si riunisce con quella proveniente da Genova e ventidue splendide navi si dirigono in linea di fila verso la Sardegna. Durante la rotta di avvicinamento all'isola, la flotta italiana è avvistata da ricognitori anglo americani ma anche da aerei tedeschi, che informavano i propri comandi sulla rotta delle navi italiane. Ordini da supermarina non ne arrivano e la flotta procede verso la destinazione con una navigazione abbastanza tranquilla. Alle 11,25 la base della Maddalena, con un colpo di mano viene occupata dai tedeschi, che attendono l'arrivo delle navi italiane. L'ammiraglio Bergamini è informato del fatto alle 14,20 quando le navi sono già nel corridoio protetto dai campi minati per le bocche di Bonifacio; immediatamente le navi invertono la rotta di 180° a sinistra, e la corazzata Roma da prima della fila si ritrova in coda. Alle 14,47 un ricognitore tedesco informa i suoi comandi della nuova rotta delle navi italiane e da questo momento si scopre chi sono i nemici.

L’attacco tedesco.Alle 15,10 appaiono i primi bombardieri tedeschi, che attaccano la flotta italiana, le navi aprono il fuoco contraereo e il primo attacco si risolve con un nulla di fatto, piuttosto si dice che un aereo nemico sia stato abbattuto. Sulle navi è comandato il posto di combattimento e alle 15,40 le navi pur zigzagando sono assaltate per la seconda volta. Ora i Dornier impiegano una nuova bomba, la friz-x, che oltre ad avere propulsione a razzo può anche essere radioguidata sul bersaglio e la Roma viene colpita una prima volta da quest'ordigno; ma sembra che i danni causati non pregiudichino la stabilità della nave, ma alle 15,52 una seconda bomba razzo la colpisce fra il torrione di comando e la torre sopraelevata dei 381. La bomba esplode nei locali della santabarbara e innesca le cariche di lancio di cordite che fanno prima saltare la torre dei cannoni come un tappo di champagne, poi un forte calore fonde gli acciai della nave, ed una nube di fuoco e fumo giallo alto più di 500 metri si alza in cielo, la nave prima si solleva come un fuscello, poi ruota su stessa si spezza in due e lentamente affonda con il suo carico umano. Sono1.393 i mort, l'ammiraglio Bergamini, tutto il suo Stato Maggiore e il comandante della nave Adone Del Cima: solo 620 i sopravvissuti che raccolti dai caccia italiani andranno all'internamento delle Baleari in Spagna. L'ammiraglio Oliva assume il comando della squadra, ordina di alzare il pennello nero e disegnare i cerchi neri sulla tolda e di dirigersi verso Bona come ordinato. Nell'ultimo messaggio a supermarina conferma di avere preso il comando e comunica la posizione dell'affondamento della nave ammiraglia Roma in latitudine 41°10' Nord e longitudine 08°40' Est.

Dov’è affondata? Da questo momento inizia il mistero della Roma che durerà ben 70 anni. Alla ricerca del Titanic italiano è stato scandagliato il mare sempre senza successo. Anche Jacques Cousteau si è arreso alle infruttuose ricerche della corazzata; poi due anni fa l'ingegnere Guido Gay ha annunciato di avere trovato ad oltre mille metri di profondità, nel canyon di Castelsardo, una parte della Roma, quella poppiera, per quella prodiera sembra invece che non sia stata individuata ancora l'esatta posizione. Italo Pizzo, uno dei marinari sopravvissuti, in una lettera allo studiso Sergio Baldazzi nel 1989 scriveva di sapere che la parte della prora si trova a 75 metri in zona sabbiosa, che la nave è poggiata come fosse in navigazione, che all’ufficio storico del Ministero della Marina c'è un filmato del 1989, e che i dragamine della Marina in servizio oceanografico scandagliando la zona hanno trovato il relitto della corazzata. ncora oggi il vero luogo della tragedia, dove giace la nave spezzata in due, non è stato rivelato ufficialmente; e il mistero della nave ammiraglia della Regia marina ital>ana continua. Cosa c'è ancora da nascondere, se non il punto esatto del sacrario dei marinai italiani morti quel giorno di 70 anni fa?

Romano Quadrati

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