Mannocci, il figlio del barbiere che inventò la «Metacosa»

Oggi espone a Pietrasanta, ma la sua arte iniziò a Viareggio con Sandro Luporini e Ferroni Ci si chiede perché non possa tornare ad esporre nella sua città, magari alla Gamc

di ADOLFO LIPPI

Un ragazzo viareggino, figlio di barbiere, si trasferisce a Londra nel '68. Fa il lavapiatti, studia arte all'università, si laurea due volte, insegna, eppoi s'innamora della grafica e diviene uno dei più importanti e colti esperti del '500-600 (Durer, Rembrandt ecc.), da sempre dipinge e incontra i maestri della nuovafigurazione italiana (Ferroni, Luporini), prende a far mostre, Milano, Londra, Cambridge, New York, Calcutta, incanta critici (Sgarbi gli dedica alcune pagine nel suo libro “Piene di Grazia"), accosta intellettuali importantissimi (Alberto Abruzzese, sociologo e docente di comunicazione gli dedica uno studio), compra una casa a Montigiano, un grumo di case sopra Stiava di Massarosa, e ora fa una mostra da Paola Raffo a Pietrasanta.

Parlo di Lino Mannocci. Parlo di un “sogno viareggino” di un inglese, di un “sogno inglese” di un viareggino autentico, nato a due passi dal “Piazzone”, cittadino elettore londinese, con figli cosmopoliti, con accento che rammenta, levigato e puro, gli intellettuali raffinati (Cesare Garboli, fra tutti) che non disdegnavano le partite a biliardo nei caffè della Passeggiata ed i tornei di bridge al vecchio caffè “Casablanca”.

Pur figurando nei salotti romani.

C'è anche questa Viareggio. Di gente che se n'è andata e che è sempre tornata nella nostra città.

Di gente che ha saputo stare nei budelli del mondo, che ha mantenuto la testa al paesaggio romantico della nostra riviera, quello che ispirò Galileo Chini o Moses Levy o Carrà o Soffici o Maccari e che in Mannocci torna sognato, ricopiato, tessuto coi fili del ricordo, fili sottilissimi, fili che intrecciano assieme cieli nordici (con rimembranze di Gaspar Friedrich) e sinuosi moli disegnati da Lorenzo Viani.

Mannocci mi mostra un paesaggio di Viani. L'ha appena comprato in una bancarella a Lucca. E' leggero e solido, un ossimoro.

E' leggero perché con pochi tratti fa danzare dieci figurine e l'antico faro appoggiato alla battima di ponente. E' solido perché Lorenzo Viani tenne in pugno questa città con emozioni accese. E' scena di teatro.

Mannocci, nella sua attuale mostra di Pietrasanta (un avvenimento per la cultura nostra), questa teatralità la afferma con garbo; e ciò lo riconduce a Shakespeare, ma anche al barocco perché i quadri di Mannocci raccontano spezzoni di sogni incastonati in cieli che sono possenti scenografie, in mari che sono appoggi costruttivi, insomma una natura non dipinta o fotografata da paesaggista puro, una natura che si presenta in vortici arabescati, in squarci viareggini dove coesistono il segno della cartolina e il fumo dei cieli di Turner.

Una natura che riecheggia la metafisica ma ne tiene lontani la freddezza e il simbolo.

Che porta semmai dentro, ecco il barocco, l'estro di un arzigogolo, polvere che s'alza dalla spiaggia e diviene nuvola, diviene instabilità, diviene inquietudine voluttuosa come voluttà e sensualità hanno i bagni viareggini, quelli antichi in legno, quelli che ancora oggi, nelle roventi sere d'agosto, aprono la scena ai tramonti, aprono la scena agli amori giusti che si tenta di soffocare sotto pesanti cappe di odori di fritto di pesce). E dove suonano le canzoni che da Gino Paoli ad Endrigo a Mina fecero il sapore di mare.

Lino Mannocci ha preparato questa esposizione in Pietrasanta, a Montigiano in una casa dove si vede tutta la Versilia. Ha un orto che dà sulla vallata. Le Alpi Apuane sono lì. La Spezia ed il suo golfo sono l'orizzonte.

In casa, davanti ai quadri pronti a sistemarsi in galleria, chiacchieriamo con lui e due ospiti illuminati.

Lei è Beatrice Bini, figlia dell'ammiraglio Bini, viareggina da generazioni, parente dei Furrer sui quali c'è ancora intero il mito.

Lui è Alberto Abruzzese, sociologo che è stato amico di Moravia, di Pasolini, dell'intelligenza più impegnata nell'università, nella televisione, nel cinema (è amico di Bernardo Bertolucci). Chiacchieriamo sul degrado di Viareggio. Lei soprattutto si rammarica che la città non venga più diretta dai professionisti più preparati, i migliori. Mannocci le dice che questi professionisti vi sono. Però stanno alla larga dalla “cosa pubblica”. Ecco il male.

Ma non è solo di qua. E' nazionale, aggiunge Abruzzese. Ci si è troppo piegati sulle faccende private. Si fanno i soldi. Si seguono gli affari. Ma a Viareggio, al mare, alle sue pinete, chi ci pensa con amore ed idee? L'umile e il sublime, è il titolo della mostra di Mannocci. L'umile è il lavoro, preciso, prezioso, affaticato, che Mannocci esegue dipingendo con estrema accortezza. Il sublime è la finalità della bellezza che ogni artista tenta di raggiungere. E che Mannocci raggiunge con materiali non astratti, nemmeno filosofici, mai industriali o tecnologici, che sono immagini di una mamma con la quale passeggiò lì dove c'è la statua di Viani (quando era ancora quella vera di Arturo Martini), immagini di una palma dispersa nel vuoto di una piazza, eppoi angeli che giocano sopra di noi come se il cielo fosse il soffitto di un palazzo rinascimentale.

E' una Viareggio che non piange. Che non sospira sul proprio passato, che non s'inumidisce per il tempo perduto.

Questo piagnisteo sulla Viareggio che fu ha stancato tantissimo anche Giovanni Pieraccini che è un “giovane” viareggino di più di novant'anni e sprona sempre a guardare al futuro.

Ma il futuro, spiega assai bene Lino Mannocci, va cercato, va rappresentato, va giocato. Va sfidato. Lui che ha scritto “Madre India, padre barbiere”, con galanteria, con ironia, con partecipazione, è un viaggiatore che coglie le novità e non si limita ad imbattersi, vi penetra, le analizza, le assorbe.

E, come scrive Vittorio Sgarbi di lui, “Mannocci aveva inteso quale era il compito nobile dell'arte, restituirci il senso del miracolo, dell'evento eccezionale e rivelatore. Il miracolo è la verità del mondo”.

Ma è un miracolo, per esempio la pittura, che a Mannocci è venuto al caffè di Viareggio giocando a carte con Gianfranco Ferroni e Sandro Luporini.

Assieme, nella semplicità di un inverno in provincia, decisero di produrre una mostra che si intitolava “Metacosa”.

La mostra si tenne al palazzo Paolina. Poi fu portata a Brescia e Bergamo. Convinse un gallerista ch'era editor come Ciribelli, e fu subito successo.

Ferroni è divenuto uno dei punti fondamentali dell'arte del secondo Novecento. Luporini s'accasò con Gaber e produsse canzoni e pezzi teatrali superbi. Viareggio oggi li rintraccia?

Lino Mannocci, più giovane, si spinse e si spinge oltre. Ha esposto ad Amherst nel “Mead Art Museum”, ha esposto nella sofisticata galleria inglese di Jill Newhouse nell'Uptown. Ora è a Pietrasanta da Paola Raffo.

Viareggio deve cogliere l'occasione e non farlo scappare. A quando una mostra alla GAMC di piazza Mazzini? Darebbe alla città la cognizione della sua possibile grandezza.