Al Bagutta vince il romanzo “nato” sul bus per Pedona

Lo scrittore Giovanni Mariotti è cresciuto nel paese collinare I suoi ricordi di una terra sparita nel libro premiato a Milano

VIAREGGIO

Di quella Versilia che 76 anni fa gli ha dato i natali in una casa davanti al mercato di Pietrasanta, ha ancora oggi ricordi nitidi. A partire proprio da quell’area commerciale dove la nonna fruttivendola si recava ogni mattina, all’alba, alzandosi alle quattro.

Immagini precise quelle che Giovanni Mariotti – giornalista (Espresso, Repubblica, Corriere della Sera), copywriter per grandi case editrici, scrittore, fresco vincitore del premio Bagutta con il libro “Il bene che viene dai morti” (et al./edizioni, diretta dal figlio) - mette insieme, quando gli si chiede di parlare della terra che lo ha visto nascere, crescere, diventare bambino, poi adolescente e giovanotto, prima di decidere di “emigrare” a vent’anni alla volta di Milano, vincitore di un concorso alla Rai.

«Ciò che ho stampato nella memoria è il profilo delle montagne: il Prana, il Gabberi , con tutti i paesi che brulicano intorno. Linee che, quando le guardavo dalla mia finestra della casa a Pedona, sembravano immutabili. E invece non è così: appaiono tonde, poi ti avvicini e scopri che quel pendio che pareva dolce nasconde un precipizio oppure dietro si eleva qualcosa di ben più alto».

Mariotti oogi definisce «un’esperienza intellettuale» quello sguardo squadernato sulle Apuane, dentro al quale si perdeva ogni volta che spalancava le persiane della sua casa a Pedona dove, a due anni, perso il papà nella guerra d’Africa, si era trasferito con la giovane madre vedova e dove ha passato l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. Quella che Mariotti racconta, o meglio dipinge, grazie ad una scrittura che sconfina nell’affresco, nel suo libro è un paese piccolo, quasi isolato, povero, come poveri si era all’indomani della guerra. Pedona, tutta viottoli e mulattiere, chiome di olivo e case di sasso. Così vicina e così lontana dai bagliori e dalle luci, dal brusio e dalle note che si consumavano sul lungomare di Viareggio sul finire degli anni Cinquanta. «Piccole distanze - scrive - separano mondi lontani».

«Sono tornato in Versilia qualche volta negli anni passati, ma ora è un po’ di tempo che manco: la casa di Pedona - racconta, non senza un velo di nostalgia - non è più mia. Ci stava mia madre sola e, col passare degli anni, le ho chiesto di venire ad abitare a Milano. Ho ancora dei cugini là, che sento per gli auguri di Natale. Sicuramente quella terra è cambiata molto. Ammetto che ho sbirciato su Internet sulle mappe e ho visto un moltiplicarsi di piscine, di ville... Negli anni della guerra e subito dopo non arrivavano neanche le auto, una volta la settimana potevamo mangiare del pesce grazie ad un signore che, carico di canestri, si avventurava fin sulle colline. Ai miei tempi non vi arrivava neanche la Saca».

La Saca e la Sita: “due signore dei trasporti”. «La Saca - ricorda Mariotti - collegava il lungomare con l’interno; la Sita era la linea del litorale, poi sono arrivati i fratelli Lazzi».

Per tutti il capolinea era (ed è) la piazza D’Azeglio : è lì che i pendolari, quanti scendevano lungo la costa per lavoro o per diletto, si ritrovavano come habitué all’ora di rientrare a casa. Stessi posti, stesse fermate: Montramito, Bargecchia, Corsanico, Botrici, il Crociale.

Lì anche Bruna, 16 anni, operaia in una fabbrica di scarpe, timida, silenziosa, forse - anzi sicuramente - innamorata. Sulla Saca, seduta a fianco del protagonista legge le storie struggenti e passionali di Bolero, e forse sogna una vita diversa. Giovanni al suo fianco, ingurgita, sfruttando la poca luce del tramonto, i libricini grigi della Bur, mettendo così le prime tessere di una cultura letteraria fondata su Tolstoj (Anna Karenina), Flaubert (L’educazione sentimentale). «Ho letto molto: fino a 20 anni per diletto, dopo per mestiere ed ho perso il gusto di leggere. Ora che sono in pensione sto ricominciando e rileggo gli autori di un tempo. E’ bello rimettere i passi dove si sono già messi. Aver ricevuto sulla Saca la mia istruzione fa parte di una mitologia personale».

Romanzo di formazione, finzione autobiografica?

«Credo - sostiene Mariotti - che non si possa mai parlare di autobiografia, perché tra la persona che scrive e chi ha vissuto c’è sempre una distanza».

Piero Citati lo ha definito il più bel libro scritto negli ultimi vent’anni: non a caso ha vinto (se pur ex aequo con Calligaris) il prestigioso premio Bagutta. «Anche se - suggerisce - il mio libro più versiliese è “Storia di Matilde”, quello è un libro dove la descrizione dei territori è più centrale, la Versilia e la Lucchesia sono molto presenti». Libri comunque tutti diversi l’uno dall’altro ... «Questo mi è possibile perché non sono uno scrittore di successo e quindi non sono vincolato dalle case editrici che chiedono di ripetere il buon esito di un best seller. Sono fuori dal circuito del guadagno - confessa - non ho mai pensato di fare della letteratura il mio mestiere, infatti ho fatto altro, se pur sempre nel mondo dell’editoria: ma ho sempre creduto che scrivere non potesse essere una soluzione per far soldi, ma un’attività diversa. Si scrive perché si ha un po’ di tempo, per mettere insieme pensieri, parole e dare loro forma, per rivelarsi a se stessi.».

Ecco perché dalla penna di Mariotti, sono usciti libri completamente distanti l’uno dall’altro: “Storia di Matilde” è un tutto condensato in una frase, “Il bene che viene dai morti” che invece sono tante pennellate precise per raccontare quelle strane situazioni che accadono nella vita di percepire la visita di persone morte proprio nel momento preciso in cui dicono addio alla vita. Oppure “I dracula timidi”, una sorta di gioco, libro questo con cui ha partecipato quest’anno al PremioViareggio-Repaci arrivando nei primi dieci. «Mi hanno detto che è arrivato nei primi dieci, poi sinceramente ne ho perse le tracce. So che c’è un po’ di fermento all’interno del premio ma non me ne sono occupato molto». Eppure il caso vuole che proprio ne “Il bene che viene dai morti” venga citato proprio Leonida Repaci, fondatore del “Viareggio”: «Io non l’ho mai conosciuto, ma mia madre, che lavorava come cameriera all’hotel Marchionni me ne parlava spesso per la sua curiosa abitudine di girare sempre in déshabillé. Situazione per lei, donna di Pedona estremamente imbarazzante».