I lingotti d'oro dell'Egypt e la tragedia dell'Artiglio esploso in mare 80 anni fa

Le lettere di Alberto Gianni alla moglie: «La grande mole posa pari sul fondo alla profondità di 120 metri»

L'esplosione che ottanta anni fa, domenica 7 dicembre 1930, travolse ed affondò l'Artiglio, mentre era impegnato nella demolizione del piroscafo "Florence", proiettò il nome di Viareggio e dell'Artiglio sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Dodici furono i morti, quattro viareggini: i palombari Alberto Gianni, Aristide Franceschi, Alberto Bargellini ed il marinaio Romualdo Cortopassi. Il tragico episodio non sminuì le imprese dell'Artiglio, prima fra tutte la localizzazione del relitto dell'Egypt e il recupero del prezioso carico dal fondo dell'Oceano.  L'impresa dell'Artiglio e successivamente dell'Artiglio II fu un'operazione straordinaria. Il nome dell'Artiglio si tinse d'oro, ma sotto l'oro vi è l'intelligenza, il lavoro, la fatica ed il sangue dei palombari e dei marinai viareggini. Degli uomini dell'Artiglio è possibile conoscere la storia soprattutto grazie al libro di Silvio Micheli "L'Artiglio ha confessato", un'attenta ricostruzione storica che, con le testimonianze dei marinai, dei palombari superstiti e dei famigliari dei caduti, costituisce un autentico documento umano fra i più significativi.  Con "L'Artiglio ha confessato", nel 1959 Silvio Micheli si è aggiudicato il Premio Letterario Viareggio per l'inchiesta giornalistica. La storia dell'Artiglio inizia con Alberto Gianni, ma non è solo la storia del suo ingegno e del suo coraggio, ma è storia di uomini, che come lui, amavano prima di tutto il mare ed il loro non comune lavoro.  Tutto ebbe inizio dall'incontro di Alberto Gianni, palombaro già famoso (ricordiamo che già nel 1914 in un articolo dal titolo "Invenzioni originali - Il pendolo motore", pubblicato sul n. 30 della "Domenica del Corriere", si legge: "un viareggino, certo Alberto Gianni, già addetto alla marina da guerra come palombaro, ha avuto un'idea originale: far servire il rullio delle navi in mare come motore della nave stessa"), con il commendatore Giovanni Quaglia, fondatore ed amministratore della So.ri.ma., società di recuperi marittimi, impiantata a Genova.  Al Gianni, la So.ri.ma. affidò le navi recupero Artiglio, Rostro, Raffio, e Arpione. Con il Gianni entrarono nella società i palombari Aristide Franceschi, Alberto Bargellini, Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Fortunato e Donato Sodini, Giovanni Lenci e Carlo Domenici, che si erano fatti tutti alla scuola del Gianni. Iniziavano in quel periodo le immersioni non più con gli scafandri semirigidi o di gomma, ma con gli scafandri metallici, costruiti in Germania. Il Gianni era seriamente preoccupato per il fatto che, con addosso simili "mostri" di 4 quintali, i movimenti risultavano molto difficili. «L'uomo deve rappresentare l'occhio che osserva per guidare l'opera - diceva - assurdo pretendere che a 70 metri, bloccato da pressioni esterne sproporzionate, egli possa usare le mani e le gambe. Assurdo e sbagliato...».  Così nacque l'idea della "torretta di osservazione" che, costruita e perfezionata dal Gianni, sostituì ogni tipo di scafandro. Con la nuova torretta furono portati a termine i recuperi dei preziosi carichi contenuti nelle stive dei piroscafi Washington, Ravenna, Umberto 1º, Eyloniam, Monte Bianco e Stromboli.  Non vi era più impresa impossibile. Di lì a poco la So.ri.ma. indirizzò l'attenzione ai carichi contenuti nei relitti sul fondo dell'oceano, creando le premesse per la più grande impresa mai affrontata: il recupero del carico dell'Egypt, piroscafo, colato a picco in un punto imprecisato nel tratto sud-occidentale della Manica, che conservava, a 130 metri di profondità, 5 tonnellate e mezzo di oro e 43 tonnellate di argento, per un valore di 5 milioni e mezzo di dollari di allora. Il 12 settembre 1929, l'Artiglio si diresse a Brest per occuparsi della localizzazione dell'Egypt, vero "ago nel pagliaio".  Il 29 agosto 1930, dopo quasi un anno di ricerche fu incocciato un relitto: era l'Egypt. Riportiamo due lettere inedite di Alberto Gianni alla moglie Maria che documentano le fasi conclusive della ricerca. La prima è del 26 agosto: «Stamani partiamo tentando di visitare per la prima volta l'Egypt se sarà. Da molti particolari crediamo che si tratti veramente de l'Egypt e d'altra parte i due vapori che esistono oltre l'Egypt li abbiamo già visitati quindi bisognerebbe che esistesse un altro vapore sconosciuto: e proprio nel punto dove deve essere l'Egypt. Poi, per darci più speranza, il rilevamento radio coniometrico combina esattamente sul rilevamento fatto dall'Egypt al momento del naufragio. Tenendo in conto questo con altri particolari, riteniamo di aver trovato l'Egypt. Ad ogni modo per la certezza bisogna attendere domani, e forse dopodomani. Per ora non gusto ancora la gioia del successo perché qualche dubbio non bene fondato mi tiene preoccupato e queste ore di attesa mi sono eterne. Se domani potremo visitare, e sarà l'Egypt, io ti telegraferò solamente così - "Saluti e baci" - che varrà a dire abbiamo trovato l'Egypt».  La seconda è del 31 agosto: «In fretta due righe che ti mando di su l'Egypt che oggi io stesso ho verificato personalmente. La grande mole posa pari sul fondo alla profondità di 120 metri, e si presenta bene sotto ogni rapporto. Dagli occhi mi cadono lacrime di commozione e vorrei in questo momento abbracciarti, per ringraziarti del coraggio che mi hai sempre dato».  La stagione era troppo avanzata e l'Artiglio non poteva reggere il mare in pieno oceano. Si doveva rimandare tutto. Allora per impegnare gli uomini, l'Artiglio fu inviato a Saint-Nazaire con il compito di demolire la carcassa del Florence che giaceva a 16 metri di profondità, con un carico di 150 tonnellate, tra esplosivo e munizioni. La pericolosa operazione di smantellamento consisteva nel far brillare cariche per aprire un varco nella stiva della nave. La demolizione iniziò il 4 ottobre 1930. I palombari sistemavano le cariche fatte poi esplodere dall'Artiglio tramite cavo elettrico, a distanza di sicurezza. Passavano i giorni ed il Florence restava sempre da demolire.  E siamo alla domenica del 7 dicembre 1930, il giorno fatale. Dopo aver piazzato le cariche, l'Artiglio si portò a distanza, questa volta a soli 160 metri - tale era la lunghezza del cavo rimasto - e Gianni collegò i fili elettrici. Con un boato, un'enorme colonna d'acqua e di ferro si sollevò al cielo: erano esplose tutte le munizioni e l'esplosivo e l'Artiglio ed il Florence non esistevano più. La notizia della tragedia fece subito il giro del mondo. Molti pensarono che mai più si sarebbe parlato del recupero dell'Egypt. Ma altri palombari, cresciuti alla scuola del Gianni, erano pronti a portare avanti il lavoro. Nasceva così l'Artiglio II per strappare al mare il tesoro dell'Egypt. Con un'impresa che sa di leggenda, nel 1933 furono recuperate 6 tonnellate e mezzo d'oro e 44 di argento, qualche tonnellata in più di quanto denunciato all'assicurazione. Paolo Fornaciari è direttore del Centro documentario storico