Il mio "striscione": Cristiano Militello, le partite e lo show

Cristiano Militello, pisano, 53 anni, è uno degli individui più seguiti di "Striscia la notizia"

Il comico e cabarettista pisano si racconta. Quando all’Università si spargeva la voce che doveva dare l’esame, gli altri studenti facevano a gara per andare a vederlo e lui trasformava la sua interrogazione in un piccolo spettacolo

Fa la radio da 13 anni e Striscia la notizia da 17. Cristiano Militello, 53 anni, pisano, è un impiegato del buonumore. Non ha mai bevuto un caffè, è ghiotto di cream caramel, va pazzo per l’azzurro specialmente da quando nella sua vita c’è la bella Elena, il suo film preferito è "C’era una volta in America", ascolta per ore sempre la solita canzone, "Good times" degli Chic, si innervosisce per le code in auto, la città che gli dà sui nervi è Bangkok per l’umidità e il caldo, ama scrivere e conserva un quaderno dove rigorosamente a penna annota tutte le battute dei suoi figli, nel 1994 si è laureato in scienze politiche facendo una tesi sul "Cabaret come tecnica di satira politica". Quando all’Università si spargeva la voce che Militello doveva dare l’esame gli altri studenti facevano a gara per andare a vederlo e lui trasformava la sua interrogazione in un piccolo spettacolo. Sembra l’amico di scuola che non vedi da un po’, il cugino che abita lontano e torna a trovarti. A Montecatini Terme, ospite della rassegna "Acqua in bocca (ma non troppo)" alle Terme Tettuccio, si concede ai suoi fan con la semplicità e la simpatia che lo accompagnano da sempre.

Come ha vissuto la pandemia senza tifosi allo stadio?

«Da appassionato del mondo del tifo, molto male. Da inviato di "Striscia la notizia" benino, perché mi sono buttato sui mercati ortofrutticoli. Quindi in questo ultimo anno e mezzo so un po’ meno di cose di calcio. Ma in compenso ho imparato quanto costa un chilo di zucchine. So anche che per compare le mele golden occorre un euro e 45 cent».

E come ha vissuto senza spettacoli dal vivo?

«Con disagio. Come artista nasco sul palcoscenico. La mia prima esperienza è in teatro con Gigi Proietti a 16 anni. Dopo 37 anni nonostante la radio privata e la tivù posso dire che il palco per me rimane il primo amore. Ho avuto la fortuna professionale di non perdere un colpo, grazie alla radio R101 al mattino e con Striscia la sera. La tecnologia ci ha regalato molte scialuppe di salvataggio. Con gli spettacoli ci siamo dovuti fermare. Venerdì sera a Cento ho avuto un piccolo ritorno alla normalità. Una serata meravigliosa, in piazza sotto la rocca. Tutto questo ha un valore inestimabile, il contatto con il pubblico è il cuore della mia professione».

Si ricorda come ha trascorso l’11 settembre di 20 anni fa?

«Ero a casa mia a Firenze. Un amico che fa il tecnico televisivo mi chiama e mentre parlavamo di lavoro mi urla di accendere la tivù, perché un aereo si è lanciato contro le Torri gemelle. Lo prendo per pazzo. E con lui al telefono assisto anche allo schianto del secondo aereo. Sembrava un film. Un orrendo e tragico spettacolo».

Lei è apprezzato per i suoi "striscioni" in tv. Che striscione vorrebbe attaccare vicino al luogo di questa tragedia?

«Sono nato all’ombra della Torre pendente. Quindi un’altra torre. Mi ricordo da sempre che allo stadio di Pisa c’era uno striscione che diceva "Pisa pende, ma non cade". Quindi scriverei "Ci hanno fatto cadere, ma il ricordo resterà sempre in piedi"».

La pandemia come ha influenzato il mondo del calcio?

«Recitava uno striscione dei tifosi del Lecce: "Il calcio è del popolo". E sono convinto che questo periodo ne abbia dato la conferma. La sensazione da spettatore forzato era di assistere sempre a una partita di allenamento. La solita. Mancavano i punti di riferimento: i colori, i cori, il tifo. Gli stessi calciatori esultavano meno. Il calcio è come una messa laica. C’è l’arbitro che è l’officiante, i calciatori che sono gli apostoli, lo stadio che è il tempio. Senza il tifo manca la parte essenziale della liturgia. Sembrava di guardare una partita della play station».

Come ha trascorso il lockdown?

«Fra i vantaggi c’è stato che ho cominciato a fare la radio da casa. Andando in onda dalle 7 alle 9 del mattino ho guadagnato due ore di vita in più. Mi alzavo dal letto un quarto d’ora prima e un minuto dopo la fine ero libero. Mi vestivo poco. Dalla cintola in giù stavo in mutande, mi pettinavo ancora meno. Mangiavo tanto, per fortuna non ingrasso. Ho due pesci rossi e quindi non potevo portarli a fare pipì fuori. In confronto i miei due figli Anna e Filippo erano sempre nel giardino condominiale a giocare, ed io con loro».

La sua compagna tifa la sua stessa squadra?

«No, ma quella di lei (Empoli) mi sta simpatica. Anzi me la faccio stare per forza simpatica dal momento che la mia compagna va in curva. Lei con me potrebbe diventare anche manesca. Il libro che Elena ha scritto "La città azzurra" è un bellissimo romanzo che parla di calcio. Ed è stato proprio quello che ci ha unito. Lei ha ultimato il suo progetto nel lockdown. Abbiamo cominciato questa corrispondenza quando lei mi ha chiesto di leggerlo. È un libro delizioso con il calcio sullo sfondo, quello di provincia. Dopo tre mesi che parlavamo Elena mi ha chiesto di fare la prefazione e io l’ho curata con molto slancio. È un testo dove si ride, si piange, ma soprattutto ci si riconcilia con il mondo del pallone».

Per guardare le partite da casa come si è organizzato?

«Non sono appassionato del calcio in tivù. Ho visto gli Europei insieme ai miei figli e mi ha fatto piacere vederli innamorati delle belle storie di sport, anche delle Olimpiadi. Sono stati momenti di aggregazione familiare. Sul divano e poi in terrazza ad urlare in caso di vittoria».

Quanto conta la bellezza per fare il comico?

«Direi poco o molto poco. Quelli bellissimi funzionano così così. Ci vuole fascino e carisma, basta pensare a Benigni e Proietti. Vianello e Brignano non fanno i piacioni, ma puntano sulla capacità. Migone che il mio preferito è straordinario come improvvisatore e ha una presenza scenica che gioca tutta sulla neutralità del volto e del tono dimesso con il viso pallido e un occhio nero. Il comico può essere bruttino e glisso sul mio aspetto».

Che lavoro voleva fare da grande?

«Avevo già deciso che sarei stato su un palcoscenico e davanti al pubblico. Ho iniziato giovanissimo a fare le imitazioni dei professori. In campeggio mi occupavo dell’animazione. A scuola la recita di fine anno era roba mia. È la vita che sceglie. Ho la fortuna di fare esattamente quello che voglio. Le mie due grandissime passioni: il calcio e la comicità insieme nella più popolare trasmissione italiana. Non posso chiedere di più. È un privilegio riservato a pochi».

Quanto si è montato la testa con il successo?

«La mia comicità nasce e vive grazie al contatto con il pubblico, per strada, negli stadi, nelle piazze. Non mi trucco. Sono come mi vedete nella realtà. La mia è una dimensione artigianale, delego poco e seguo quasi tutto da solo».

Lei è vaccinato?

«Si, sono stato male un giorno dopo la dose, ma poi è andato tutto bene. Cosa penso dei no-vax? Domanda scivolosa. La libertà di ognuno finisce dove comincia quella dell’altro e dove non metti a repentaglio l’incolumità e la salute del prossimo e della collettività. C’è spazio per tutti finché lo spazio e l’esercizio dei propri diritto individuali non stridono con quelli degli altri. Ormai si parla sempre di Covid. Ho l’esempio di mia madre che vive da sola. Si ciba di tivù, ma proprio per questo parlare sempre dell’argomento lei, per esempio, anche se è vaccinata ha ancora paura di prendere il treno e stare insieme alla gente».

Abbiamo vinto gli Europei, qual è l’immagine calcistica che si porta dietro?

«La più divertente e clamorosa è Chiellini che tiene per la maglia il giocatore inglese Saka all’ultimo minuto della finale contro l’Inghilterra. Che è diventata virale con meme e parodie. Con Chiellini che lo agguanta per non farlo andare sotto il treno oppure sulla spiaggia che lo trattiene dicendogli che deve aspettare tre ore prima di fare il bagno. Per me quella è l’immagine simbolo degli Europei. Son tornati i tifosi, gli striscioni, ma Chiellini che tira Saka per la maglietta mi fa dire che se un tempo a un terzino per imporsi bastava essere virile oggi necessariamente deve essere anche virale».© RIPRODUZIONE RISERVATA