Gioie e dolori di Nek in un libro: «Ecco perché ho deciso di raccontarmi. Quel giorno che la mia vita è cambiata...»

Nek, al secolo Filippo Neviani

“A mani nude”: la vita del cantautore in un libro con prefazione di Morandi, con una riflessione sulla sofferenza dopo l’incidente del 2021

«A volte, un attimo può cambiare tutto» dice Nek, al secolo Filippo Neviani, che nel suo libro, “A mani nude”, in uscita giovedì 13 gennaio ed edito da Harper and Collins, si racconta come mai ha fatto, con profondità, senza filtri e senza paura di ammettere debolezze e fragilità.

Lo fa ricordando i suoi inizi, i primi successi e le prime avversità, ripensando a suo padre che non c’è più ora che è lui, a essere padre. Lo fa in occasione del suo cinquantesimo compleanno, Filippo Neviani, partendo dal drammatico incidente che l’ha colpito nel novembre 2020, lasciandosi andare a riflessioni sul dolore, la pazienza, il coraggio, l’amore, la fede.


E parla al lettore, con assoluta onestà aprendo il suo cuore, delle crisi che colpiscono gli uomini e fanno dubitare delle proprie scelte, del proprio talento. Ma anche delle risorse che ciascuno può trovare in sé nei momenti di difficoltà.

«Mi sono ritrovato a buttare giù tutte le emozioni e le sensazioni che provavo come se stessi scrivendo una canzone», racconta il musicista di Sassuolo che peraltro quest’anno festeggerà anche i suoi 30 anni di carriera e 25 dal debutto a Sanremo con “Laura non c’è” e da lì tutto cambiò.

Ma era nelle sue intenzioni realizzarne un libro?

«No assolutamente no. Tutto iniziò quando tornai a casa dall’ospedale dopo l’intervento e cominciai la fisioterapia. Erano giorni bui e duri dove la possibilità di poter perdere la funzionalità della mia mano sinistra mi buttava nello sconforto ma poi si trasformò in una energia nuova che cresceva dentro di me e fungeva da potente stimolo per non mollare e impegnarmi quotidianamente nei duri esercizi di riabilitazione. Dopo un po’ di mesi, quando finalmente mi ripresi, ritrovai tutto quello che avevo scritto di getto e mi venne voglia di mostrarlo a un amico della Harper and Collins. E da lì il progetto».

Come nasce la prefazione affidata a Morandi?

«Dalla semplicità e dalla bellezza del rapporto che mi lega a Gianni. Noi siamo amici da anni e il caso ha voluto che a entrambi sia capitata una disavventura che ha colpito le nostre mani. Spesso durante i mesi di convalescenza ci siamo sentiti per chiederci rispettivamente come andava e confrontarci. Poi, quando le mie riflessioni sono diventate un libro è stato naturale alzare il telefono e chiedere a Gianni di scrivere la prefazione. Artisticamente non ci aveva mai unito nulla, ma la vita ci ha incredibilmente portato a vivere la stessa brutta esperienza. Morandi mi ha donato un meraviglioso pensiero».

Cosa c’è di diverso nel Nek post incidente?

«C’è un uomo che ha chiuso un capitolo della sua vita e ne ha aperto uno nuovo che non giudico né migliore né peggiore, ma solo diverso. Macroscopicamente non è cambiato nulla nella mia vita ma dentro di me è incredibile come una parte sia rinata e ripartita da zero. Mi spiego: la mia mano sinistra non è più quella di prima e non lo sarà mai più perché non riacquisterà mai la sua totale funzionalità, ma questo non mi ha impedito di continuare con la musica per fortuna. È una sensazione incredibile e nuova quella che ho vissuto: la mia mano era di nuovo costretta a premere le corde della chitarra rivivendo quella fatica che facevo da piccolo sebbene dentro di me conservavo l’esperienza di quarant’anni».

Nel libro si mette davvero a nudo. C’è una parte a cui sei particolarmente legato?

«È difficile dirlo, ma ancora oggi mi emoziono se rileggo le parti che parlano di mio padre. Mai come nel periodo post incidente ho avuto bisogno di sentirmelo vicino nel pensiero. Chissà come avrei vissuto questi momenti se lui fosse stato realmente accanto me. L’amore viscerale che ho per la campagna l’ho ereditato da lui. Mio padre amava il silenzio ma tra di noi c’era complicità: ci bastava uno sguardo per intenderci. Non ci siamo mai detti “ti voglio bene” ma i fatti lo dimostravano e i valori che mi ha passato si sono radicati così profondamente dentro di me che spero di essere in grado di passarli ai miei figli».

A proposito di campagna, ha fatto pace con quel luogo teatro del tuo incidente?

«Non è stato per niente facile, ma dopo mesi ce l’ho fatta. Un giorno ho sentito la necessità di ritornare in quel luogo, da solo. Sono rimasto a contemplare per un po’ la rimessa degli attrezzi di famiglia, poi con il cuore che mi esplodeva sono entrato e ho affrontato “a muso duro il mostro”: la prima cosa che ho visto è stato il guanto tranciato e le chiazze del mio sangue, ho pianto ma poi sono stato meglio. Solo così ho potuto far pace con quel luogo del cuore che mi lega all’infanzia. Credo che quel guanto lo incornicerò perché mi ricorderà per sempre che in tutto ciò che si fa ci vuole massima attenzione e concentrazione, qualità che probabilmente nel momento dell'incidente non ho avuto».

Nel libro parla del cammino di fede. Chi è Dio per lei?

«Senza dubbio un padre, ma anche il mio migliore amico e colui con cui ho grande confidenza e a cui posso dire tutto, specialmente quando sono da solo in campagna. Durante il lungo percorso riabilitativo ho avuto dei momenti di profondo sconforto così chiamai don Davide, mio amico e padre spirituale, che mi consigliò di leggere il libro di Giobbe, un uomo messo alla prova in maniera tremenda. Lo lessi e mi fu d’aiuto perché mi permise di ricollocare il mio dolore nella giusta prospettiva. Effettivamente intorno a me c’erano anche persone che a causa di incidenti avevano perso completamente l’uso degli arti. Io potevo recuperare».

Cosa si sente di augurare ai lettori e ai suoi fan?

«C’è sempre una seconda possibilità: mai mollare perché prima o poi un segnale potente e che ti fa svoltare arriva sia nelle piccole che nelle grandi cose. Spesso ci accaniamo nella vita a cercare di fare quadrare i conti, poi arriva qualcosa che ti spiazza nel bene o nel male perché non sempre uno più uno fa due. Come nel 1997 quando “Laura non c’è” arrivò settima a San Remo ma ebbe un successo planetario che mi cambiò la vita, così come quando l’estate scorsa finalmente riuscii di nuovo a suonare la mia chitarra durante un concerto».

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