Si torna ad ammirare il Cristo di Cimabue il capolavoro simbolo dell’alluvione

Dopo due anni (causa Covid) riapre la sacrestia di Santa Croce a Firenze che custodisce la tavola del Duecento

Gabriele Rizza

Quando l’Arno esondò in quel fatidico 4 novembre 1966 allagando Firenze, al conto delle vite umane perdute si aggiunse il disastro delle opere d’arte danneggiate, quando non definitivamente distrutte, dalla furia delle acque. L’alluvione non risparmiò la Biblioteca Nazionale, gli Uffizi, i musei, le chiese, i palazzi, gli archivi, i chiostri, gli oratori, le gallerie e su tutti, assurto a simbolo della immane catastrofe che colpì la città, l’imponente crocifisso dipinto sul finire del Duecento da Cimabue e conservato nel cenacolo della Basilica di Santa Croce.


L’immagine della grande tavola sommersa dall’acqua, ricoperta di fango, irriconoscibile, trasferita con mezzi di fortuna, non appena l’Arno lo rese possibile, alla Limonaia di Boboli appositamente approntata per le prime diagnosi e i primi interventi, fece il giro del mondo, sintesi e manifesto di quel patrimonio artistico dell’umanità che doveva continuare a parlare al mondo. Il Cristo di Cimabue fu così oggetto di un lungo e innovativo restauro nei laboratori alla Fortezza da Basso dell’Opificio delle Pietre Dure, che per quanto possibile, irrimediabilmente perduta più della meta della superficie pittorica, restituì all’immagine la sua potenza espressiva e il suo magistero iconico.

Dopo una serie di esposizioni in Europa e in America il Cristo ritrova la sua casa e dal 2013, posizionato in alto, debitamente messo in sicurezza da nuovi rischi alluvionali, torna visibile nella sagrestia del complesso monumentale. Non più dagli eventi atmosferici ma dalla pandemia, l’oscuramento del capolavoro di Cimabue ha di nuovo colpito i visitatori. Dopo l’emanazione delle norme di sicurezza anti Covid, nel marzo 2020 l’Opera di Santa Croce si è vista costretta a chiudere le porte della sagrestia. Che domani, dopo quasi due anni, si riaprono per “accogliere” l’immagine del Cristo.

«È sempre emozionante – sottolinea Cristina Acidini, presidente dell’Opera di Santa Croce – trovarsi davanti a quel Cristo che Paolo VI definì “la vittima più illustre dell’alluvione di Firenze”, restituito alla basilica alla quale era destinato e a tutti noi da una straordinaria operazione di restauro. La valenza simbolica di quest’opera è oltremodo forte e il suo messaggio di speranza è ricco di significati anche per il tempo presente». Torna quindi accessibile a tutti uno spazio di grande fascino quale appunto la sagrestia di Santa Croce (dove per un breve periodo sono state consentite solo visite speciali, al massimo di 15 persone) che rappresenta un vero scrigno della narrazione trecentesca della vita di Cristo con gli affreschi di Niccolò Gerini e Taddeo Gaddi mentre nella contigua Cappella Rinuccini si sviluppa l’intenso racconto pittorico che Giovanni da Milano fa delle Storie della Maddalena. «Con la Sagrestia – conclude Acidini – si riapre un percorso architettonico suggestivo che porta la firma di Michelozzo e che comprende il Corridoio del Noviziato, la Sala del Pozzo e la Cappella Medici con le grandi pale cinquecentesche del Bronzino, dell’Allori e del Salviati».

Ma non si fermano qui le novità. Infatti sempre a partire da domani l’Opera di Santa Croce propone speciali visite guidate tematiche. Si potrà scegliere tra due percorsi: I capolavori di Santa Croce e Giotto pittore a Santa Croce e imprenditore a Firenze. I tour, della durata di 60 minuti, si svolgeranno nei giorni di sabato alle 11 e di venerdì alle 15. Chi vuole prenotarsi può farlo utilizzando il sito dell’Opera di Santa Croce con la sua biglietteria on line.