Pop europeo in salsa afro-americana è questa la “Terra” di Marco Mengoni

Esce oggi il nuovo album, primo di una trilogia: «È stato un percorso molto faticoso, ma adesso sono felice» 

MILANO. Esce oggi “Materia (Terra) ”, il nuovo album di Marco Mengoni, primo capitolo di una trilogia già annunciata. Il disco contiene 11 tracce e vede due collaborazioni importanti, con Gazzelle per “Il meno possibile” e con Madame in “Mi fiderò”.

«È un disco completamente suonato, avevo bisogno di produrre tutto live, materico – racconta Mengoni – Ho lavorato con i miei musicisti e ognuno dei tre dischi avrà influenze musicali diverse. “Terra” lo divido in due parti, c’è una parte personale che parla di radici, origini, del tenere i piedi per terra. C’è il contatto profondissimo con la mia famiglia, questo primo disco l’ho dedicato a mia madre. Quando era incinta ascoltava tantissima musica, soprattutto afro-americana, ed evidentemente qualcosa arrivava anche a me. Devo molto alle persone che mi hanno permesso di essere l’uomo che sono, e sono molto soddisfatto dell’uomo che sono».


Il disco è straordinario, non solo perché ottimamente scritto e realizzato, ma perché risulta chirurgicamente perfetta l’idea di musica che Mengoni ha in mente di proporre al proprio pubblico. Nei brani di “Materia (Terra)” si trova il soul, si trova il blues, il gospel, il funky, tutti generi che in Italia, discograficamente parlando, rappresentano quasi dei suicidi, ma Marco Mengoni li ha rimodellati in maniera talmente avvincente, pop, da risultare immediatamente accessibili: «Non avrei mai potuto fare qualcosa di veramente tradizionale rispetto quel tipo di musica – ammette Mangoni – perché non vengo da lì, non posso appropriarmi di una cosa che non è in verità mia. Potevo prendere tutto quello che era influenza, che mi era arrivato, passarlo dentro di me, metabolizzarlo, filtrarlo e unirlo a tantissime altre cose. Non mi sono posto il problema “forse sarà un suicidio” – prosegue – mi sono posto il problema “Sarò soddisfatto alla fine del disco? Questo disco sarà giusto per me?”. Perché poi arrivi a un certo punto in cui consegni il disco finito e hai sputato la qualunque per farlo, in un percorso a tratti anche molto faticoso e difficile, ti trovi lì a consegnarlo e dici “Ok, è tutto un casino, è tutto sbagliato”. A quel punto ti devi fermare – spiega – non ascoltarlo più, e poi dopo due mesi lo riascolti e se sei soddisfatto anche gli altri saranno più aperti ad ascoltarlo, anche se a primo impatto può essere più ostico, perché comunque tocchi influenze che sono un po’ più lontane da quella che è la cultura pop italiana».

Un ragionamento che sembra complicato ma si scioglie immediatamente, al primo ascolto, quando si clicca play e ci si rende conto che tutto arriva all’ascoltatore in maniera diretta, contemporanea e senza alcuna sbavatura; si evince perfettamente che Mengoni è entrato in studio di registrazione con le idee molto chiare, come lui stesso conferma: «Sono arrivato da tutti i produttori – racconta – con le idee abbastanza chiare, volevo che l’estro dei produttori che avevo scelto mettesse l’ultimo sigillo ai pezzi, quindi desse quel quid in più, com’è stato, in tutti i pezzi. Sapevo di essere un po’limitante su questo – continua il cantautore – anche se sono andato a bussare alle porte di produttori che sapevo amassero un certo tipo di musica e venissero da un’estrazione un po’afroamericana, soul, da Mace a Ceri a Takedo, sapevo che dentro di loro c’era già questa cosa qui quindi non avrebbero potuto stravolgere più di tanto i pezzi ma avrebbero aggiunto la lucidatura finale, che poi in realtà è quella che ti fa vedere gli ultimi riflessi».

Una vittoria a X-Factor, una vittoria al Festival di Sanremo, 58 dischi di platino, tour in Italia e in Europa di grande successo, oltre 1, 5 miliardi di stream e a giugno il debutto in live in uno stadio, il 19 giugno 2022 allo Stadio San Siro di Milano e il 22 giugno 2022 allo Stadio Olimpico di Roma; quasi impossibile fare meglio, a questo punto, e appare chiaro dopo l’ascolto di “Materia (Terra) ”, Marco Mengoni non può che svolgere lavoro di ricerca, un’esplorazione continua e totale, di se stesso prima di tutto, per scovare altri meravigliosi angoli, pensieri sulla punta della lingua, non ancora formulati, e di conseguenza artistica: «Forse non ci voglio pensare a che artista sto diventando – dice Mengoni – perché sennò mi spavento. Va di pari passo a quello che sono e quello che sto diventando, alla maturazione umana e personale, io non mi considero un artista, musicista mi sembra più giusto per me, perché faccio le cose che mi rendono felice».