Ansie, fobie, paure dei trentenni di oggi: Zerocalcare fa il boom con la serie tv

Linguaggio, luoghi e riferimenti pop. Ecco cosa c’è dietro l’incredibile successo di "Strappare lungo i bordi"

Come sarebbe se la nostra coscienza si presentasse sotto le sembianze di un armadillo. Vi immaginate la scena? Dubbi, tormenti, scelte, logoranti percorsi interiori al cospetto del giudizio di uno speciale tribunale dell’inconscio che ha la forma di un singolare mammifero del Sud America con una curiosa pelle corazzata. Sicuramente una risata finirebbe con l’assolvere pene e dolori, agevolando il processo di espiazione, con buona pace di Freud e compagni strizzacervelli. Come sarebbe, poi, se la giornata standard di 24 ore fosse scandita da titoli di coda presi da frasi ed espressioni come quelle chi si leggono sui muri di qualche periferia urbana.C’è una serie su Netflix che sta facendo il botto. S’intitola "Strappare lungo i bordi". Pensate che in pochi giorni ha mandato in cantina il record del coreano Squid Game, conquistando milioni di visualizzazioni. Si tratta del film animato ideato, scritto e interpretato da Michele Rech, in arte Zerovalcare, talentuoso fumettista romano. A dar voce alla coscienza del protagonista (l’armadillo, appunto) quella dell’attore, altrettanto fortemente capitolino, Valerio Mastrandrea. Protagonisti, con Zerocalacare, gli amici più fidati Sarah e il Secco.

Mai prima d’ora, in Italia, uno show animato aveva raggiunto risultati di questo tipo (oggi è al primo posto nella top 10 di Netflix e sarà difficile scansarlo presto. Ma cosa c’è dietro al successo di "Strappare lungo i bordi" che già dal titolo dall’idea di qualcosa da maneggiare con cura per non distruggere. Intanto Zero vuol raccontare uno spaccato, quello dei trentenni, attraverso l’occhio e la matita di uno che è cresciuto a Forte Prenestino, e oggi descrive in modo ironico e dissacrante le ansie, le fobie, le paure ma anche le speranze dei suoi coetanei. Lo fa con una parlata romanesca (sebbene lui abbia già puntualizzato che il vero romanesco è un altro), un po’ strascicata, che ben accompagna le strisce del fumetto animato. Quel dialetto romanesco e quel linguaggio molto borgataro-chic di uno che si mangia anche un po’ le parole, che ha preso il volo e dalla Garbatella sta diventando incredibilmente pop ad Acireale come a Belluno. Un dialetto - come hanno già scritto a Roma - che smonta tutte le nevrosi - o per usare una frase del mitico Ernesto Calindri nello spot che del Cynar degli anni ’70, che ci aiuta a combattere il "logorìo della vita moderna". «Negli ultimi giorni si dice che è una serie che non possa essere vista fuori dal raccordo anulare... Anche se io non parlo romano, parlo con una cadenza romana. Il romano è un’altra cosa», ha detto ieri il disegnatore a Cattelan su Radio Dee Jay.

C’è il rapporto uomo-donna, l’ambiente, la città, la scuola, l’amicizia: c’è il ritratto di una generazione che si ritrova a convivere con un senso di vuoto ed un vuoto di significati causato dall’improvvisa perdita delle certezze. La generazione di chi dieci, venti anni fa, era bambino e oggi deve affrontare la crescita senza più riferimenti. Ci sono le citazioni, dotte e meno, come quando Zero parla con Sarah discutendo sulla differenza fra i cessi pubblici dei maschi e quelli delle femmine ("nei primi il piscio ti arriva a mezzagamba...", dice il protagonista) e per rendere l’immagine del water di un gabinetto di strada romano spiega: «Se guardi dentro l’abisso poi l’abisso guarda dentro di te, come diceva Nietzche». C’è la musica, quella punk amata dal fumettista, ma anche quella melodica (abbiamo sentito anche Ron...).

La serie si apre nel quartiere romano di Rebibbia, con una mosca che attraversa il murales "è inutile che vivi fuori se muori dentro" prima di schiantarsi contro un autobus arrivato al capolinea. Quel murales, a Rebibbia, esiste davvero. C’è la metro di Roma, ma uno dei luoghi reali più rappresentati, è piazza Lino Ferriani, un altro pezzo "minore" di Rebibbia dove si trova una targa (visibile anche nella serie) in ricordo di Pasolini, che visse nella borgata circostante. E poi c’è anche la parodia, lo Zerocalcare che piglia per il culo Netflix e quei "film di merda" in palinsesto, salvo poi correggersi e precisare che forse "so rimasti quelli di merda" perché gli altri "me li son già visti tutti".

Paraculaggine? O come ha scritto tre giorni fa Il Foglio "il successo di Zerocalcare è la vittoria del capitalismo di Netflix sui centri sociali"? Forse niente di tutto questo. E allora la cosa è molto più semplice, come dice il Secco quando Zero lo tormenta di dubbi esistenziali e dilemmi morali: «Andiamo a pija n’gelato?».© RIPRODUZIONE RISERVATA