La prima volta in un film per Fripp e King Crimson

FIRENZE. Sullo schermo della Compagnia irrompe Robert Fripp. Che significa la storia del rock, il rock progressivo pulsante di jazz sprigionato dai King Crimson. Il Festival dei Popoli presenta stasera alle 21 “In the court of the Crimson King – Work in progress”, documentario firmato da Toby Amies che come un diario di viaggio al seguito di Fripp e compagni indaga l’eccezionalità del percorso della band, nata a Londra nel 1969, partendo dall’album omonimo uscito mezzo secolo fa col suo carico di visionarietà dispersa fra immaginazione e iperrealismo.

Ed è la prima volta che Robert Fripp si concede alla macchina da pesa, raccontando la filosofia, la spinta ideale, la formula magica che innerva l’impalcatura della band. E la base di quel progetto “iniziatico” resiste. Il doc di Amies lo certifica nelle testimonianze di chi di Fripp, pur nel continuo avvicendarsi dei componenti la band, è stato sodale e complice: da Adrian Belew a Tony Levin, da Jaime Muir a Mel Collins a Bill Bruford. Amies ha infilato la sua camera nei backstage dei tour più recenti, riprendendo il pubblico, fissando i volti dei fan, facce attente e concentrate più da seduta psicanalitica che da concerto rock. Il risultato è un Robert Fripp più disponibile, aperto verso il pubblico e i suoi compagni, meno egocentrico, il ritratto di un artista forse in pace con se stesso e con il mondo. Lontano da quell’immagine che lo voleva eccentrico oltremisura, pazzo anarcoide e schizofrenico per antonomasia. Il lavoro di Amies non è una celebrazione di mezzo secolo del Re Cremisi, per la malattia che affligge il batterista Bill Rieflin, prende un’altra piega e diviene una confessione-riflessione, dolente e necessaria, sul senso di una vita dedicata all’arte e alla precisione maniacale in ogni dettaglio.