Galli: «La sua morte fu una svolta nella lotta all’Aids»

Il virologo in prima linea da decenni  

MILANO. «Spesso mi viene chiesto se la morte di Freddie Mercury accelerò la consapevolezza collettiva sull’Aids. Ebbene, la sua morte fu una delle condizioni, fu scioccante, anche se ancora adesso non è finito lo stigma. Il pensiero diffuso è che “l’Aids non mi riguarda” perché coinvolge solo persone che hanno avuto comportamenti promiscui, che fanno uso di droghe. Questa idea diffusa a volte si ripresenta come una specie di analfabetismo di ritorno. Meno si parla dell’argomento e più si generalizza». Così a LaPresse l’infettivologo Massimo Galli, primario di malattie infettive al Sacco di Milano e docente alla Statale, punto di riferimento internazionale nella lotta contro l’Aids, a 30 anni dalla scomparsa di Freddie Mercury, la cui morte rappresentò un significativo passo nella storia dell’Aids, poiché informò milioni di fan in tutto il mondo della minaccia dell’Hiv.

«Freddie Mercury si sarebbe potuto salvare? – si chiede Galli – Il primo farmaco retrovirale compare nel 1987, e da solo era assolutamente insufficiente, era capace solo di ritardare di pochi mesi la malattia. La triplice terapia, quella in grado di salvare le persone con Aids, si ha nel 1996, e rappresenta uno spartiacque tra coloro che sono morti per Aids perché non è stato possibile trattarli, e coloro che sono stati curati prima che morissero. Quelli che noi abbiamo chiamato i nostri “lazzari”, dati per spacciati e che sono riusciti a recuperare».


Galli fa poi un quadro della situazione attuale: «Ho passato grande parte della mia vita ad occuparmi di Aids. La situazione rispetto a quella globale vede ancora una grande disparità nell’accesso ai trattamenti anti-retrovirali e questo implica ovviamente una difficoltà che permane. Il vaccino non ce lo abbiamo e non ce lo avremo tanto presto». Il virologo sottolinea anche come ci siano ancora diverse disparità tra Paesi nel trattamento dell’Aids. «La terapia serve anche come prevenzione nella misura in cui trattando una persona toglie un pezzo dell’epidemia globale. La persona malata riesce a sopravvivere finché viene trattata, se si sospende il trattamento la malattia inesorabilmente comincia a rivelare la sua carica virale. A livello internazionale ci sono dunque alcuni Paesi in cui il trattamento è ancora insufficiente così come le misure di contenimento. Nei Paesi come il nostro la questione è diversa. Oggi dovremmo vedere anche gli effetti del Covid che paradossalmente, riducendo la possibilità della trasmissione sessuale dell’Aids dovuta alle minori occasioni di sesso promiscuo, ha avuto un effetto anche limitante. Però è un effetto temporaneo. E non abbiamo ancora, soprattutto tra i più giovani, una garanzia reale di controllo dell’Aids», spiega Galli.

La ricerca ha comunque ridotto drasticamente il numero dei decessi. «Non si muore più come un tempo ma questo avviene nei Paesi come il nostro, non dappertutto. Il trattamento dell’infezione impedisce l’avanzamento della malattia verso gli stadi terminali. È una cosa che si vede sempre meno e solo in qualche disgraziato caso, dove si è arrivati troppo tardi con il trattamento. Ci sono però anche i negatori assoluti che rifiutano anche il trattamento anti-Aids. È più o meno lo stesso filone culturale dei “no vax”. Banalizzando, sostengono che è più naturale il virus di quanto sia naturale il trattamento che viene dalle multinazionali cattive. Ho imparato in tanti anni che non ci si deve mai confrontare con qualsiasi tipo di negazionista. Se si accetta il confronto, si parte da una posizione alla pari, in cui uno vale uno, e si rischia solo di dare campo all’ignoranza».