Francesca Neri e la malattia: «Il libro come una terapia»

L’attrice pubblica “Come carne viva” in cui racconta cinque anni di sofferenza

“Come carne viva" edito da Rizzoli è molto più di un libro. È il ritorno alla vita di Francesca Neri, attrice ma ancor prima donna “senza pelle" -troppo empatica e sensibile- chiusa a riccio per autodifesa. Tanto da sembrare algida,fredda e distante. Tutto il contrario insomma. Cinque anni fa Francesca incontra il “mostro": la cistite interstiziale. Malattia nota a pochi e che nessuno, o quasi riesce a comprendere. Una patologia cronica invalidante da cui non si guarisce ma che ,pagando un prezzo altissimo in termini di sofferenza, di stasi e di vita immobile e solitaria è possibile gestire.

Perché scrivere pagine dense di dolore e speranza con crudele sincerità?


«Per me questo libro si è rivelato la migliore terapia. Ho passato gli ultimi anni tra quattro mura senza poter spiegare, senza che gli altri mi credessero davvero. Una condizione peraltro condivisa da chiunque sia vessato da una malattia cronica. Qui racconto tutto, senza riserve o filtri. Mentre rileggevo quanto avevo scritto mi sono per la prima volta resa conto che finalmente ne ero fuori».

Dopo un lungo viaggio dentro se stessa. È cosi?

«Sì, un viaggio in profondità che mi ha insegnato ad accettarmi e ad accettare la malattia. L'accettazione, che è ben altro rispetto alla rassegnazione,è una grande forma di libertà. Lo stesso dicasi della conoscenza del proprio corpo, dei propri limiti, di ciò che ti fa male e che quindi devi evitare. Ora mi sento molto più libera rispetto a quando ancora potevo vivere in modo sin troppo attivo. Come mai prima d'ora sono arrivata a conoscermi e questo nonostante venticinque anni di analisi. Ho imparato a rivalutare la mia parte nera, rifugio di tutte quelle fragilità che vanno accarezzate, accudite. Mi sono detta: sono fatta così, perché insistere nell'andare contro natura?»

Diventando attrice non è forse andata contro natura?

«È vero, mi sono fatta violenza da sola. Subito il pensiero vola a “Le età di Lulù” di Bigas Luna. Ma parlo di una violenza che va al di là di qualsiasi ruolo. Del lavoro di attrice mi è sempre stato stretto il contorno, le foto, i tappeti rossi…Ossia un mondo lontanissimo da me”.

Come ha reagito suo marito Claudio (Amendola) alla malattia?

«È difficile per chiunque stare accanto a chi si ama nel momento in cui soffre. Per un uomo credo lo sia ancora di più perché si sente impotente. Non è infatti in grado di aiutarti in alcun modo. E vi assicuro che quanto sto dicendo accomuna ogni singola persona costretta in una simile condizione. Per quanto riguarda me e Claudio è stata la prova più difficile che abbiamo superato insieme».

Una battaglia di fatto vinta che però lei hai dovuto affrontare da sola.

«La solitudine è inevitabile. Nel medesimo tempo stai male perché il tuo dolore diventa il dolore di chi ti vuole bene. Il che mi ha spinto a chiudermi a riccio tanto da tentare di allontanare Claudio nella convinzione di preservarlo. Con il senno di poi sono felice che lui non se ne sia andato. Di recente ho incontrato un trentenne che, sgomento, mi ha confessato di provare rabbia nei confronti della compagna colpita da una patologia cronica. Ho cercato di rassicurarlo, la rabbia è un sentimento lecito».

Non tutti sono però capaci di andare oltre la rabbia. Lo crede anche lei?

«Non tutti riescono a reggere. Claudio ha resistito e questo dal mio punto di vista significa che è la persona “giusta”. Oggi ci lega una forza ulteriore. Io mi considero una sopravvissuta e lo stesso vale per mio marito. La nostra storia dura da oltre venticinque anni, un trascorso insieme importante».

Vostro figlio era molto giovane quando lei si è ammalata. Come ha reagito?

«Rocco all'inizio si è allontanato ed io ne ho sofferto immensamente, ma ho capito: doveva proteggersi. Oggi sono contenta che abbia preso le distanze perché ciò ci ha dato l'opportunità di ritrovarci più forti di prima. Per molto tempo ho avuto paura di perdere tutto e tutti ma non è andata così».

Nel suo libro parla di una madre anaffettiva che ha segnato in modo determinante la tua vita. Le manca?

«La disapprovazione da parte di mia madre ha fatto sì che cercassi conferme in chiunque altro, soprattutto in ambito professionale. Con lei mi sono riconciliata ma ho sempre patito la mancanza di una madre, anche quando era viva».

Sente tutt’oggi la mancanza di Almodovar per cui hai recitato in “Carne tremula"?

«Lo scrivo nel mio libro. Mi manca l'amico Pedro che riesce a farti sentire unica. Solo però prima delle riprese perché poi le esigenze del film per lui vincono su qualsivoglia confidenza. Io mi sono sentita tradita, abbandonata. Una ferita che al pari del ricordo non si è mai rimarginata. Come mi è mancata mia madre così continuerà a mancarmi il Pedro degli esordi».

Anche gli incontri per presentare il libro sono una terapia?

«Senza dubbio. Devo però agire con calma nel rispetto dei miei tempi. Per anni sono stata obbligata a rinunciare allo scambio con le persone “normali" che adesso, a loro volta, ritrovano la sottoscritta nei panni di donna normale, non di attrice. Non sono più Francesca Neri ma solo Francesca. Ho finalmente tolto quella stessa maschera che mi era stata posta sul viso da mani altrui».

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