Sorrisi e lacrime: i 100 anni del Monello primo capolavoro del genio Chaplin

La nascita di un padre nella veste tragicomica di Charlot Ecco perché vale la pena di rivedere il film del 1921 

Francesca Lenzi

Una giovane donna viene dimessa dall’istituto di carità con il proprio neonato. È sola, visto che il padre del bambino si è dato alla macchia, preferendo una vita d’artista e da scapolo impenitente. In estrema povertà e senza prospettive, la ragazza abbandona il fanciullo in un’automobile di lusso parcheggiata di fronte a una villa, nella speranza che a crescere il piccolo sia una famiglia facoltosa in grado di garantirgli un’esistenza senza particolari preoccupazioni.


Peccato che una coppia di malviventi decida subito dopo di rubare il veicolo e, una volta scoperto il neonato, non esiti a lasciarlo in un angolo di strada di un misero quartiere.

A questo punto arriva in scena un ometto buffo con i piedi alle dieci e dieci, scarpe troppo larghe e bombetta in testa che, quasi, inciampa in quel fardello e che, dopo aver provato in tutti i modi a liberarsene, sceglie di adottarlo, crescendolo con affetto e qualche soluzione bizzarra, come l’amaca culla e la caffetteria appesa a mo’ di biberon.

Inizia così Il monello, film intramontabile del cinema nella sua totalità prima che della sola arte del muto. È anche il primo lungometraggio di quel genio di Charlie Chaplin che, nei panni maldestri di Charlot, si presenta al grande pubblico con un personaggio clownesco, sospeso fra realtà e fantasia.

“Un film con un sorriso e, forse, una lacrima” come recita la didascalia iniziale della pellicola. Ed è proprio così.

Il monello, che quest’anno compie cento anni tondi tondi dall’uscita in sala (in Italia arriverà soltanto nel ’23) non è, come si potrebbe pensare, l’opera comica di un autore in cerca, qua e là, di note struggenti.

No, l’esordio alla regia di Chaplin (che firma pure la sceneggiatura, il montaggio e le musiche, oltre che essere produttore di se stesso) è un dramma puro con digressioni surreali, oniriche e beffarde che non intrattiene solamente, affidando allo spettatore una chiave di feroce critica alla società del tempo, un mondo post conflitto intriso di contraddizioni e miserie umane, prima che economiche.

Il monello ha pure un’ombra autobiografia che riprende l’infanzia di Chaplin, ospite in un orfanotrofio con la madre ricoverata in una casa di cura, mentre il girato con successiva post-produzione, sono rientrati in un periodo non facile per il regista, alle prese con la fine del suo matrimonio. La grandezza dell’autore sta, tuttavia, nell’allestire una storia tragica senza appesantirla di patetismo con un protagonista lontano da un odore di santità. Charlot, infatti, prima di adottare il bambino, le prova tutte per sbolognarlo a qualcun altro e si convince a tenerlo solo di fronte alla minaccia della legge.

Legge di cui, comunque, si prende gioco, avviando pure il fanciullo a una vita di astuzia e poca legalità, ma sempre con la leggerezza di un impianto che vira più volte al sogno.

Il monello è anche il film che cambia definitivamente l’uso dei bambini sul grande schermo. Chaplin affida al piccolo Jackie Coogan (nato nel 1914 a Los Angeles) il ruolo da co-protagonista, in grado di prendere parte attiva alla narrazione.

Lo stesso giovanissimo attore continuerà a lavorare nel cinema per una carriera lunghissima. E, a costo di creare un trauma in molti lettori, vi confidiamo un segreto: il piccolo Coogan da adulto ha interpretato lo zio Fester nella serie televisiva La famiglia Addams. Superata la scioccante notizia, concludiamo ricordando che Il monello, costato 250mila dollari, produsse un incasso con uno zero in più alla spesa.

E che nel 1971, a cinquant’anni dall’uscita, fu ridistribuito nelle sale in una versione ridotta, per mano dello stesso Chaplin, a 53 minuti.

Dopo cento anni val la pena (ri)guardare l’opera prima di Chaplin? Assolutamente sì.

Per assaporare ancora una volta la magia di un cinema felicemente sospeso fra realtà e sogno, fra popolare e autorialità, dove la tragicità si combina perfettamente con la leggerezza comica che fa ridere e piangere.

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