La rivolta di Porto Azzurro raccontata in un docufilm in prima serata su Rai2

Le testimonianze, fra gli altri, dell’ergastolano Mario Tuti, dell’ex responsabile del carcere Cosimo Giordano, del sindaco Maurizio Papi, di alcuni ostaggi, della magistrata Maria Fiorillo e del direttore del Tirreno Stefano Tamburini, all’epoca inviato del giornale all’Elba

«Brigadiere, ora tocca te”. Mario Tuti, terrorista nero, pluriomicida e detenuto nel carcere di Porto Azzurro, sta fumando il suo sigaro. Con la mano stringe una pistola carica, la canna infilata nella bocca della guardia carceraria Antonio Matta. Il mezzo blindato richiesto da Tuti, Rossi e dalla banda dei sardi per arrivare fino al porto di Porto Azzurro e da lì scappare con una barca non è arrivato. Il tentativo di fuga è fallito. Nella portineria del carcere dell’isola d’Elba, davanti agli occhi terrorizzati degli agenti di custodia presi in ostaggio, è il momento della scelta più estrema che esista. Vita o morte. Pietà o sangue. Tuti sta per premere il grilletto, non è tipo che si tira indietro. Ma non lo fa: «Forse è per il segno della croce che si fece quell’agente», dirà negli anni a seguire.

È la mattina del 25 agosto del 1987. Nella portineria della casa di reclusione c’è un silenzio irreale. In quel momento fallisce il tentativo di fuga messo in atto dai criminali Mario Tuti, Ubaldo Mario Rossi e i sardi Mario Marrocu, Mario Cappai, Gaetano Manca e Mario Tolu, detto il macellaio. Ma è solo l’inizio della storia che per otto giorni terrà con il fiato sospeso il Paese.


I detenuti salgono fino ai locali dell’infermeria, quelli più difficili da raggiungere. Prendono in ostaggio 36 persone, fra guardie, detenuti e personale civile: direttore, medico, psicologo, infermiere e assistente sociale, unica donna fra i prigionieri. Vogliono ancora scappare, ma per farlo sono costretti a trovare un accordo con l’esterno. Proprio con quello Stato che Tuti ripudia e combatte da anni.

Così sull’isola d’Elba ancora piena zeppa di gente, turiste in bikini, barche e famiglie in vacanza, si vedono mitra, teste di cuoio pronte all’assalto, troupe di giornalisti in arrivo da tutta Italia e anche dall’estero. Un incubo, insomma. In un Paese con i nervi ancora scoperti dal terrore degli anni di piombo e dal ricordo tragico del sequestro Moro va in scena per oltre una settimana una roulette russa che si gioca all’interno del penitenziario modello di Porto Azzurro, nella piccola isola d’Elba.

E proprio questi interminabili otto giorni della rivolta del carcere di Porto Azzurro sono scomposti e ricostruiti nel docufilm che sarà trasmesso su Rai 2 dopodomani, giovedì 28 ottobre, in prima serata: due puntate da 50 minuti che andranno in onda a partire dalle 21,15. Il film è scritto da Alessandro Giordano ed Emanuele Mercurio (ex collaboratore del Tirreno) e prodotto da Stand By Me srl. Un’analisi approfondita di quanto accadde 34 anni fa, attraverso la voce di alcuni dei protagonisti della vicenda.

C’è la voce del terrorista nero Mario Tuti, ancora alle prese con la sua folle battaglia contro lo Stato (dopo le riprese del film gli è stata revocata la semilibertà, dal momento che ha partecipato a riunioni con giovani neofascisti): il punto di vista di quella banda di sei detenuti pronti a tutto (il resto dei carcerati prese le distanze dal colpo di mano) che tenne in scacco lo Stato per oltre una settimana. Ci sono le voci di alcuni agenti presi in ostaggio le cui vite, quel 25 agosto del 1987, cambiarono per sempre: ricordano il terrore per le armi puntate contro di loro e la puzza della benzina con la quale i rivoltosi imbevevano i loro vestiti, dopo averli legati come scudi umani alle inferriate dei grandi finestroni dell’infermeria, che combatterono con dignità e e coraggio. C’è la voce di “O’ direttoreCosimo Giordano, preso in ostaggio assieme agli altri: per le riprese del docufilm ha rimesso piede per la prima volta in quel carcere che ha diretto dal 1983 fino al 1987. Fu determinante per impedire lo spargimento di sangue, dal momento che fu lui a suggerire il ricorso ai benefici della legge Gozzini come carta per superare lo stallo della trattativa (lo comunicò in una sorta di messaggio cifrato alla moglie che lo ascoltava al telefono). Eppure Giordano fu messo da parte, usato come un capro espiatorio dallo Stato: a distanza di anni le sue parole di verità suonano come un riscatto personale. E poi ci sono le voci di chi ha vissuto dall’esterno del carcere, senza mai dimenticarla, la rivolta di Porto Azzurro. Stefano Tamburini, direttore del Tirreno, all’epoca dei fatti fu uno dei primi inviati a raggiungere il carcere blindato dai cordoni di sicurezza delle forze dell’ordine e dei militari. Nel docufilm, dalla sede del Tirreno, ripercorre passo dopo passo la rivolta, che per l’interesse suscitato fu davvero un banco di prova per il mondo dell’informazione. Qualsiasi notizia trapelata all’interno, qualsiasi voce riportata dal carcere, poteva far saltare il banco, trasformare la tentata fuga in un bagno di sangue. A tale proposito furono importanti altri protagonisti all’esterno del carcere come Maria Fiorillo, all’epoca giudice di sorveglianza, e come il sindaco di Porto Azzurro Maurizio Papi. L’irruzione dei reparti speciali fu l’incubo con il quale i familiari hanno combattuto per giorni. Da una parte c’era la linea della fermezza impersonata dal ministro della Giustizia, il socialista Giuliano Vassalli: in sostanza non concedere niente e prendere tempo. Dall’altra la linea del blitz che avrebbe di certo spezzato la rivolta, ma con alti costi in termini di sangue. E proprio quando questa posizione sembrava prevalere, ecco il “partito dell’elicottero”. Fu il sindaco Papi a sostenerlo, con tanto di raccolta di centinaia di firme. L’idea era dare ai rivoltosi quello che chiedevano per impedire lo spargimento di sangue. Fu una mossa determinante per guadagnare tempo in vista della soluzione, della resa e della festa, che arrivarono il 1° settembre.

Come in un puzzle impolverato tirato fuori da un mobile dopo molti anni, tante voci diverse vanno a ricomporre – tessera dopo tessera – la storia della rivolta. In maniera coerente e univoca dal punto di vista della cronaca, più articolata nell’intimità dei protagonisti. Ecco perché vale la pena guardare il docufilm in onda giovedì sera su Rai 2.

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