«“Cinque inviti” di Ostaseski antidoto ai capricci dell’ego “Furore” da rileggere subito»

Elena Torre

Fioly Bocca, piemontese, è una scrittrice preziosa, ci ha regalato romanzi intensi in cui la scrittura ha un ruolo centrale. I suoi libri popolati di personaggi da ricordare sono ottimi compagni di vita. “Quando la montagna era nostra”, “L’emozione in ogni passo”, “Un luogo a cui tornare” sono solo alcuni esempi. Ma cosa legge una scrittrice come lei?


Il primo che ricordo

«Mi ha letto e raccontato un’infinità di storie, mia madre, quando ero bambina; era uno dei nostri modi preferiti di passare del tempo insieme – dice Fioly Bocca – Tra le tante, ricordo “Il richiamo della foresta” di Jack London. Mesi fa l’ho letto ai miei figli. Qualche pagina alla sera, prima di dormire. Qualche pagina stesi su un prato nei giorni caldi dell’estate in montagna. I miei bambini, come me, hanno odiato l’uomo dal maglione rosso e si sono commossi per le avventure del generoso Buck; abbiamo sentito prepotente il richiamo selvaggio del Grande Nord, e il desiderio di percorrere strade inesplorate, di aprire sentieri, di ascoltare gli ululati che arrivano dal folto del bosco in una notte di luna piena. Perché anche una buona storia, quanto e più dei beni materiali, può essere un’eredità, un piccolo dono da tramandare di generazione in generazione. Del resto, cosa abbiamo di più prezioso delle emozioni?»

Il libro ispiratore

«Di recente ho terminato “Cinque inviti” di Frank Ostaseski. L’autore è un insegnante buddhista, confondatore dello Zen Hospice Project, il primo hospice buddhista negli Stati Uniti. Dal suo lavoro accanto ai morenti ha tratto alcuni suggerimenti utili per indagare più a fondo il senso dell’essere vivi e per condurre un’esistenza il più possibile piena e consapevole. Un invito alla meditazione, alla discesa nel profondo di noi stessi, al non restare perennemente impigliati nelle superficiali turbolenze dei pensieri, ostaggio dello stress e dei capricci dell’ego».

Sul comodino

«Sto leggendo un libro che mi attirava da tempo, a partire dal titolo, ma che allo stesso tempo mi incuteva timore per i temi trattati. Fin dalle prime pagine, “Riparare i viventi” della francese Maylis De Kerangal, mi ha travolta con l’onda impetuosa della sua scrittura. È la prima opera che leggo di questa autrice, ma ho già la certezza che non sarà l’ultima».

I più amati

«È quasi impossibile dire quali siano i libri che ho amato di più, tra le miriadi lette. Se me lo chiedono oggi, tra i primi nomi a venirmi in mente c’è Kent Haruf, con la sua “Trilogia della pianura”. A Holt, cittadina immaginaria del Colorado, vivono persone normali che hanno a che fare con vicende normali: un professore si scontra con un alunno, una giovane donna affronta un’inattesa gravidanza, un uomo anziano aspetta la morte insieme ai suoi cari. Situazioni ordinarie, in qualche modo, rese indimenticabili dalla capacità dell’autore di farci sentire, davvero la vita che scorre. Si percepisce, in Haruf, la continua ricerca di ciò che rende umani; di ciò che fa delle nostre piccole storie qualcosa di unico, e irripetibile».

Da rileggere

«Dico “Furore” di John Steinbeck perché chiarisce perfettamente l’idea di cosa sia un classico e di cosa sia la letteratura. Steinbeck non racconta soltanto quanto è accaduto in America durante la Grande Depressione; racconta anche quello che succede oggi alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, ad esempio, o a pochi passi da noi, sulla rotta balcanica o nel tratto di mare che ci divide dal Nord Africa; o in molti altri luoghi del mondo, ignorati dai mass media. Racconta i respingimenti alle frontiere, lo sfruttamento dei più fragili, gli abusi e le violenze, la lotta per la sopravvivenza di chi ha avuto la sfortuna di nascere nel luogo e nel momento sbagliati. I Joad bussano alla nostra porta, parcheggiano il loro sgangherato camion poco lontano dal nostro giardino, si scaldano a un fuoco acceso davanti al nostro cancello. John Steinbeck continua a invitarci, oggi come allora: affacciamoci alla finestra. Non fingiamo di non sapere che sono lì».

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