Se c’è “Un posto al sole” c’è anche un livornese. Alberto Rossi tra gli interpreti storici

Da 25 anni interpreta il giornalista Saviani. «Rifarei tutto. Ho sempre pensato alla recitazione come professione»

Il 21 ottobre 1996, esattamente 25 anni fa, andava in onda su Rai 3 la prima puntata di “Un posto al sole”, soap opera ambientata a Napoli e che racconta le vicende degli abitanti di un condominio, Palazzo Palladini, situato sulla collina di Posillipo. Personaggi divenuti familiari per milioni di persone che giornalmente ne seguono le vicende. Tra gli storici interpreti, presenti fin dalla primissima ora, c’è l’attore Alberto Rossi, che interpreta il ruolo del giornalista Michele Saviani. E non tutti sanno che Rossi è nato e ha trascorso buona parte dell’infanzia a Livorno.

«Approdai a "Un posto al sole” – racconta l'attore – dopo aver superato due provini. Il primo un semplice colloquio, nel secondo invece mi chiesero di fare un paio di scene di questo personaggio. Andò bene e da lì è cominciata l’avventura. Sono passati 25 anni e sono ancora qui». Un quarto di secolo di vicende, impossibili da raccontare. «Contrariamente agli altri attori che magari interpretano un personaggio per un periodo limitato- prosegue – , io col mio personaggio ho fatto di tutto e di più: a livello sentimentale e professionale; ho avuto rapporti turbolenti, storie di corna, sono stato accoltellato da mia moglie; e poi figli, ho trovato un fratello che è sparito di nuovo, ho fatto inchieste su tutte le cose possibili e immaginabili. Insomma 25 anni di storia, poco meno della metà della mia vita. Ho affrontato tutto ciò che si poteva affrontare. Posso dire che a Michele non manchi nulla».


Mantenere elevata l'attenzione dello spettatore per un tempo così lungo, è impresa che riesce a pochissimi. «Sono bravi gli scrittori, capaci di scrivere a lunga gittata. La scrittura è la nostra forza, perché se non avessimo le storie plausibili, la gente non ci guarderebbe. Noi a differenza di altre soap opera, stiamo sul pezzo. E il mio personaggio sta nel sociale, e mi dà la possibilità di trattare temi molto attuali». Con gli altri attori, un rapporto familiare. «Ci capiamo al volo, non c'è bisogno di dirci nulla quando siamo in scena. Siamo davvero legati». Alberto è certo di aver intrapreso la strada migliore, quella dettata dal cuore. «Rifarei tutto. Non mi sono mai posto un piano B; sono figlio di un ufficiale di marina che ha fatto la carriera a Livorno, poi ci siamo spostati a Roma. E ho sempre pensato alla recitazione come professione. Sono entrato all’ Accademia nazionale di arte drammatica, e, una volta uscito, ho firmato il contratto per la serie “I ragazzi del muretto”».

Una grande passione per il teatro, esperienze memorabili con Giorgio Albertazzi, e i prestigiosi passaggi cinematografici che lo hanno visto lavorare tra gli altri con Maurizio Ponzi e Pupi Avati. «La cavalcata televisiva mi ha impedito di fatto di proseguire con il lavoro sul palcoscenico. È difficile partecipare ad uno spettacolo che ti impegna oltre un mese di prove otto ore al giorno, e poi la recita tutte le sere, magari con un minimo di tournée. A meno che uno non decida di prendersi un periodo di pausa per fare teatro; altrimenti, contestualmente, è molto difficile».

Livorno, oggi, rimane un ricordo meraviglioso. «A Livorno è molto che non vengo, una volta scomparsi i miei nonni non mi è rimasto più nessuno. Ho degli amici di infanzia, ma, sinceramente, mi mette un po’ il magone venire in una città dove sono nato e in cui ho vissuto degli anni incredibili: la bellezza irripetibile dei primi anni ’70, gli anni dell'austherity, gli anni belli».

Un'infanzia particolare. «Ho vissuto nelle foresterie dove mandavano mio padre, posti strani, ma eravamo sempre gruppi di persone, tanti bambini: abitavamo a villa Marina, un parco che sta a San Jacopo in Acquaviva, e poi all'Accademia, ai casini d’Ardenza, via Bartolena, Via Mayer, un po’ ovunque. Una città che mi attrae e nello stesso tempo mi respinge. Non vorrei scoprire che certe cose non ci sono più».

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