Per “La scuola cattolica” un successo meritato anche se il film è vietato

Lorenzo Marchese

Sul film “La scuola cattolica”, regia di Stefano Mordini, si deve fare una puntualizzazione antipatica. Il divieto ai minori di 18 anni, deciso appena prima dell’uscita nelle sale il 7 ottobre scorso da ben tre commissioni della Direzione generale cinema e audiovisivo del ministero della Cultura, è tutto sommato una buona notizia. Anzitutto perché la cattiva pubblicità non esiste. La prova? L’incasso di quasi 700mila euro nel giro di una sola settimana indica che una restrizione di questa eccezionalità (negli ultimi due decenni in Italia i film “vietati” si contano sulle dita di due mani) ha alimentato la curiosità di un pubblico fedelmente perturbato dal delitto del Circeo: un fatto di sangue che colpì l’opinione pubblica da subito, per la crudeltà dei tre assassini Izzo, Ghira e Guido, «piccoli borghesi idioti e feroci», così li definisce Pasolini in un celebre articolo del Corriere della Sera il 18 ottobre 1975.


Poi c’è una ragione di sostanza. “La scuola cattolica” non è né pornografico né diseducativo, anzi tutti (gli adulti) lo dovrebbero andare a vedere. La ricostruzione d’ambiente è minimale, la regia pulita ed efficace. Il cast è ottimo: su tutti spiccano la vittima Benedetta Porcaroli, in un ruolo difficilissimo come quello di Donatella Colasanti, e il carnefice Angelo Izzo, interpretato con fedeltà inquietante da un promettente Luca Vergoni. L’adattamento del fluviale romanzo-saggio di Edoardo Albinati (Rizzoli, 2016) doveva scegliere la strada dell’infedeltà per una buona riuscita, e così è successo. La sceneggiatura di Infascelli, Mordini e Gaudioso si mostra all’altezza: cerca di tradurre l’andamento spiraliforme del libro con una serie disorientante di flashback a scatole cinesi, toglie le lunghissime, irrappresentabili sequenze di riflessione e autobiografia, sintetizza le storie dei coprotagonisti come l’amico geniale Arbus. E poi, semplicemente, consacra la mezz’ora finale di pellicola al racconto meticoloso del delitto del Circeo troncando, in modo in realtà un poco insoddisfacente, tutte le vicende parallele fin lì narrate. Il coraggio specifico del film sta nel voler restituire quell’impasto disturbante di stupro, eccitazione sadica e femminilità schiacciata già al centro dell’evento reale. Purtroppo, però, il fatto che oggi un minorenne possa aprovigionarsi comodamente di ogni tipo di contenuti sul suo smartphone, non costituisce una franchigia.

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