Giovani rivoluzionari a Livorno La scissione del ’21 è un’avventura

Coraggioso, rigoroso e riuscito il racconto a fumetti della nascita del Partito comunista italiano

Fabio Canessa

Le vie del fumetto sono infinite. E da quando lo chiamiamo graphic novel l’orizzonte del nostro immaginario a strisce è andato ben oltre Topolino, Tex e Jacovitti, abbracciando ogni tipo di narrazione. Così lo sceneggiatore Silvano Mezzavilla, autore di numerose storie di Topolino, e il disegnatore Luca Salvagno, colorista ed erede di Jacovitti, hanno vinto la difficile sfida di raccontare a fumetti il XVII Congresso del Partito socialista italiano, quello svoltosi un secolo fa al Teatro Goldoni di Livorno e concluso con la scissione dalla quale nacque il Partito comunista.


La sfida era difficile perché l’anima del fumetto è l’avventura, seppure declinata nelle più differenti varianti. E trasformare in avventura il congresso di un partito sembra quasi impossibile. Soprattutto se si vuole essere rigorosi, come in questo caso, e non voler inventare né romanzare niente: i dialoghi scritti da Mezzavilla sono ripresi proprio dal resoconto stenografico dell’epoca. Così come i disegni di Salvagno sono il frutto di un’attenta e approfondita documentazione, anche se l’artista ha preferito creare un’atmosfera suggestiva che evocasse quel periodo storico piuttosto che rimanere ancorato a un realismo troppo didascalico. Se la cronaca di una scissione politica riesce a trasformarsi in avventura è perché l’eroismo dei protagonisti che ne emerge consiste nello slancio verso il futuro, nella passione di credere e lottare per migliorare il mondo: esattamente ciò che manca alla politica e ai giovani di oggi.

Quelli che Mezzavilla definisce gli «esploratori nel domani» sono rivoluzionari autentici, dall’infanzia difficile, mossi dallo sdegno genuino per la povertà e l’ingiustizia. Eroi finiti spesso malissimo: cacciati dal partito, ignorati dalla storia e disprezzati dal giudizio ufficiale. Come il sindacalista Luigi Repossi, un operaio milanese con nove fratelli, entrato a lavorare in fabbrica a dodici anni. È lui il vero protagonista di questa avventura livornese, accaduta tra il 15 e il 21 gennaio 1921. Far risaltare l’entusiasmo e l’ardimento della “meglio gioventù” di cent’anni fa significa naturalmente impostare una vasta eco di rimandi e contrapposizioni con la società contemporanea, nonché mettere nuova carne al fuoco per meditare sui rovelli della sinistra. È quanto sostiene Michele Serra nella illuminante prefazione, che legge in quello snodo nevralgico di un secolo fa l’origine della tendenza alla scissione che da allora ha afflitto la politica dei progressisti e che, già allora, preparò la vittoria al fascismo. Da lì sono iniziati tutti i mali della sinistra che il tempo ha provveduto a complicare: la ricerca della “linea giusta” contrapposta alle linee sbagliate degli altri compagni, il dogmatismo ortodosso intollerante e vendicativo, la lotta contro l’esponente della corrente opposta del proprio partito più spietata di quella contro l’avversario politico, una ritualità inquisitiva da chiesa laica tradizionalista, il ricorso alle scomuniche e alle espulsioni di chi non sembrasse fedele alla linea. Tutto partì dalla «decisione della maggioranza riformista di non aderire all’Internazionale di Lenin»: questa fu, secondo Serra, «la ragione esplicita della scissione di Livorno».

Ma il fumetto non è un saggio politico e il suo compito è farci sentire lo spirito esaltante di quegli scissionisti comunisti ai quali i moderati riformisti sembravano poco affascinanti. L’avventura sta dalla parte di quella «scelta dinamica e gravida di futuro», magari azzardata e sbagliata ma dotata di una freschezza e di un’energia di cui oggi ci sentiamo orfani. E qui si tocca il nocciolo di questo singolare graphic novel, che non è un’esaltazione del comunismo, ma un omaggio alla giovinezza e ai suoi sogni, alla bellezza di pensare in grande e alla forza di voler imprimere al mondo una direzione migliore. © RIPRODUZIONE RISERVATA