Dal relitto corinzio di 2700 anni fa una nuova luce sulla Magna Grecia

La nave con tutto il suo carico trovata nel Canale di Otranto Si studiano le anfore recuperate a 780 metri di profondità

ROMA. Un carico di 22 reperti di ceramiche del VII secolo a.C. è stato recuperato dagli archeologi della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo a 780 metri di profondità nel Canale di Otranto dal relitto di una nave corinzia. Lo annuncia il ministero della Cultura. I recenti studi della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo sul relitto individuato nel 2019 gettano nuova luce sugli albori della Magna Grecia.

Con l’ausilio di un mezzo sottomarino filoguidato (Remotely operated vehicle) e dotato di strumentazioni di alta tecnologia è stato possibile riportare alla luce una parte del carico del relitto: ventidue reperti di ceramiche fini e contenitori da trasporto provenienti dalla regione di Corinto che, grazie al recente studio condotto dagli archeologi del ministero della Cultura, sono stati datati intorno alla prima metà del VII secolo a.C. I reperti – attualmente conservati nei laboratori di restauro della Soprintendenza istituita dal ministro Franceschini nel dicembre del 2019 nell’ambito della riorganizzazione del ministero – secondo gli esperti costituiscono un ritrovamento eccezionale e di grande importanza scientifica.


«La scoperta – ha sostenuto il direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro in occasione del 60° Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia – ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo. È un carico intatto – ha proseguito Osanna – che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche».

«Si tratta – ha aggiunto la soprintendente Davidde – in particolare di tre anfore della tipologia corinzia A, dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano, di forma molto comune a Corinto. Molto interessante il pithos – ha aggiunto – recuperato frammentario, con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno 25 integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino».

In considerazione dell’importanza del relitto, il ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa 200 reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al successivo restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.