Testimonianze dalle carceri: «Scrivere ci rende liberi»

Uno spazio a Torino dedicato all’iniziativa nata a Piombino e che raccoglie la voce dei detenuti: anche un video con racconti da Porto Azzurro

Fabio Canessa

PIOMBINO. «Come tutti gli anni, aspetto l’annuncio in bacheca del Premio Casalini a cui partecipo volentieri cercando le parole migliori da scrivere perché almeno loro possano uscire da questa prigione e viaggiare», firmato G. D. , detenuto nel carcere di Voghera. Al Premio Casalini sarà dedicato un incontro al Salone del Libro di Torino proprio nella giornata inaugurale di oggi, per celebrare il ventennale del primo premio letterario nazionale riservato ai detenuti nelle carceri italiane.


Nato a Piombino come un’iniziativa di puro volontariato e dedicato alla memoria di Emanuele Casalini, docente e preside delle scuole superiori piombinesi fino agli anni Novanta (nonché instancabile studioso di Dante), il Premio, organizzato con cura e passione da Lucia Paperetti (vedova Casalini), ha permesso ai detenuti di tutta Italia di esprimersi con poesie e racconti, di essere pubblicati e letti e, in molti casi, di avere scoperto una autentica vocazione letteraria.

«La scrittura rende liberi» è infatti il titolo dell’incontro torinese, previsto alle ore 17,15 nella Sala Ciano del Padiglione 3 e condotto da Ernesto Ferrero, scrittore, critico letterario, collaboratore prestigioso della casa editrice Einaudi, ex-direttore del Salone del Libro di Torino e presidente della giuria del Premio Casalini: vi parteciperanno Gabriella Raimo, presidente del Premio, Davide Casalini, figlio di Emanuele e presidente dell’Unitre al carcere di Porto Azzurro, e Pablo Gorini, storico membro della giuria fin dalla prima edizione.

Nel corso dell’evento sarà proiettato il video “Voci di Porto Azzurro” di Maurizio Canovaro e sarà presentato il libro “L’altra libertà”, il volume che raccoglie tutte le opere in versi e in prosa premiate o segnalate, con le motivazioni della giuria e una prefazione di Ernesto Ferrero. Diffondendo all’esterno le voci dal carcere e offrendo ai detenuti la possibilità di essere letti da una giuria di qualità (ne faceva parte anche Giorgio Faletti, oggi sostituito dalla moglie Roberta Bellesini, e tra i membri attuali c’è l’editore e scrittore Gian Arturo Ferrari) e di vedere i loro testi stampati sulle pagine di un libro, il Premio Casalini ha già dimostrato più volte come l’esperienza dolorosa del carcere abbia fatto scoprire doti inaspettate e talento da scrittore a uomini e donne (ma c’è anche una sezione dedicata ai minori) dalle vite difficili che altrimenti non si sarebbero mai cimentati con la scrittura. La letteratura dunque non solo rende liberi, come suona il titolo dell’incontro torinese, ma può costituire per molti aspetti la vera riabilitazione.

Lo testimoniano le numerose lettere arrivate alla segreteria del Premio. Sentite quello che scrive N. C. dalla Casa di Reclusione di Tempio Pausania: «La lettura e la scrittura hanno fatto di me un uomo nuovo, mi aiutano a sentirmi vivo e alla ricerca dei valori veri della vita». Secondo E. S. , dalla Casa di Reclusione di Padova, “in carcere la scrittura è medicina per l’anima” e P. G. da quella di Oristano ringrazia per essere “riuscito a esternare un po’delle emozioni che vivono nella mia anima”. «Qui la vita è sempre uguale», scrive S. N. da Porto Azzurro, «e io aspetto con gioia questa cadenza annuale del Premio Letterario perché per me è una delle poche cose belle che ci sono in carcere».

La vera letteratura nasce sempre da un deficit, sforzandosi di colmare i debiti della vita con lo sfogo della scrittura, ma per chi è privo della libertà il bisogno si fa più urgente: “Stimolarmi a occupare il tempo nella nobile arte della scrittura ha rappresentato per me una valvola di sfogo”, scrive F. P. da Velletri, “un’esperienza emotiva nuova che mi ha aiutato a occupare i tempi rallentati del carcere rendendo più lieve il mio isolamento”. Tempi rallentati, isolamento, necessità di una valvola di sfogo sembrano in effetti le condizioni ideali per uno scrittore, come sostiene M. S. da San Gimignano: «Scrivere in un luogo di sofferenza come il carcere aiuta alla ricerca interiore ma stende un velo di malinconia sui nostri scritti”. Tra i troppi premi letterari inutili disseminati per l’Italia, spesso crocevia di scambi di favori editoriali e di compromessi tra addetti ai lavori, è un bel segnale che il Salone di Torino venga inaugurato con l’omaggio all’unico premio letterario che di sicuro serve a qualcosa.

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