Ecco la Pietà Bandini di Michelangelo dopo il restauro interrotto dal Covid

Scolpita per la tomba, comprende l’autoritratto dell’artista Il marmo difettoso lo spinse a lasciare l’opera incompiuta

FIRENZE. I sei mesi inizialmente previsti sono diventati venti, più che triplicati.

Si sono finalmente conclusi i lavori di restauro della Pietà di Michelangelo, nota come Pietà Bandini, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

Iniziato nel novembre 2019, interrotto più volte durante la pandemia, il restauro è stato un’occasione straordinaria per comprendere la complessa storia dell’opera, le varie fasi di lavorazione e la tecnica scultorea utilizzata dall’artista.

Un intervento che restituisce appieno la singolare bellezza di uno dei capolavori più intensi e tormentati di Michelangelo, liberato dai depositi superficiali che ne alteravano la leggibilità dell’eccezionale plasticità e la cromia. La sorpresa è grande. Dal grigio polveroso, sfocato e uniforme come la ricordavamo fino a ieri al bianco contaminato di ora, un bianco diluito di ombre e chiaroscuri, dal sbozzato al quasi finito, non splendente di marmorea luce, ma attraversato dal dolore estremo della deposizione.

Un bianco soffuso di scatti e morbidezze, nervature muscolari come tracce bruciate dall’ansia di un’inquietudine per non sentirsi all’altezza, trafigge l’occhio del visitatore. Che può accostarsi con rispettosa vicinanza al gruppo scultoreo, leggibile per intero e percorribile in ogni sua sfumatura.

Impressionante resta la densità narrativa dell’insieme, le figure accese di straripante malinconia, la massima tensione e il massimo abbandono, la dolcezza degli sguardi e il sentimento onirico dei corpi.

«L’obiettivo del restauro - dichiara Samuele Caciagli, responsabile dei lavori - è stato quello di raggiungere una lettura uniforme ed equilibrata dell’opera, riproponendo l’immagine della Pietà, scolpita in un unico blocco, come probabilmente pensata in origine da Michelangelo. La Pietà mostra in modo chiaro e inequivocabile i segni e le cicatrici che ne raccontano la storia e le vicende che hanno contraddistinto i suoi 400 anni di vita. Eventi traumatici narrati dagli storiografi, vicende collezionistiche legate ai vari passaggi di proprietà e le numerose movimentazioni ne hanno fatto un’opera enigmatica, difficile da studiare e comprendere nel dettaglio esecutivo e ne hanno inevitabilmente segnato e compromesso l’aspetto originario».

Il restauro conferma che l’opera fu realizzata con un marmo difettoso per la presenza di numerose microfratture, in particolare di una sulla base, che potrebbe aver costretto Michelangelo ad abbandonare la scultura.

Che diventa percorribile quasi fosse una mappa dei “tatuaggi” che ne raccontano la vicenda: un enorme blocco di marmo proveniente dalle cave medicee di Seravezza e non di Carrara come ritenuto fino ad oggi, afflitto da fessurazioni, rilavorazioni, graffi, solchi e depositi di varia natura, tutte tracce indelebili degli eventi traumatici che l’hanno contraddistinto fin dall’origine.

Già descritto da Vasari come un blocco duro e difettoso, che per le sue «impurezze faceva foco» a ogni colpo di scalpello, l’opera presenta anche alcune microfessure, evidenziate dopo la pulitura, che Michelangelo potrebbe aver incontrato durante la lavorazione, condizionandone appunto la lavorazione, fino al punto di abbandonarla.

«Per i visitatori – dichiara il direttore del museo Timothy Verdon – la Pietà scolpita da Michelangelo per la propria tomba, che include il suo autoritratto, ha un particolare impatto sia estetico che emotivo. E grazie al restauro realizzato con l’aiuto dei Friends of Florence, torna ora leggibile come massimo capolavoro degli ultimi anni dell’artista, anche se non finita. E sappiamo che all’epoca simili opere erano chiamate infinite».

Conclude Antonio Natali, consigliere del museo: «L’immagine della Pietà che il restauro restituisce non è più quella di un marmo reso cromaticamente uniforme da vecchie stesure di materiali incongrui: ora le zone più compiute emergono con perspicua chiarezza, consentendo più fondate congetture. In via eccezionale, per i prossimi 6 mesi, fino al 30 marzo, l’Opera di Santa Maria del Fiore ha deciso di lasciare il cantiere per permettere al pubblico, con delle visite guidate, di vedere da vicino e in un modo unico e irripetibile, la Pietà restaurata.

Per informazioni sugli orari www.duomo.firenze.it.

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