L’aria, i cinguettii e la croccantezza Il cervello si plasma per una vita al buio

La passeggiata in compagnia dei volontari dell’Unione ciechi e ipovedenti Il direttore della Scuola Imt Alti Studi: «I sensi si riorganizzano in poco tempo» 



Le patatine hanno una croccantezza assai più marcata se assaporate con il cervello: il rumore che fanno incrinandosi tra i denti e il palato durante la masticazione risuona dentro le orecchie e la testa. Il succo di frutta invece diventa liquido: la densità con cui si mostra attraverso gli occhi scompare e il gusto che arriva al cervello, non vedendolo, è solo di una bevanda dolciastra: il sapore della frutta è quasi indistinguibile.


Perché il cervello, in assenza di vista, si resetta, «è plastico e si riorganizza – come spiega Pietro Pietrini, direttore della Scuola Imt Alti Studi di Lucca, illustre neuroscienziato –. La mancanza di un senso non lo condiziona e può sviluppare la sua armoniosa morfologia».

Con parole semplici, il professor Pietrini, descrive il meccanismo che si innesca nel cervello di una persona che non vede: questa sua sintesi è il frutto di anni di studi di tanti ricercatori, tra cui egli stesso. Ma per una persona comune, per sua fortuna dotata del prezioso senso della vista, provare questa sensazione si traduce in un’emozione fortissima, sicuramente indimenticabile.

In questo percorso, organizzato nel monumentale complesso del San Francesco (il percorso sensoriale “Cervello al Buio”) e immerso nell’oscurità totale, quella in cui vive normalmente una persona che non vede, ogni visitatore è condotto da una guida non vedente. Che subito all’inizio ti tranquillizza: «Cammina dietro di me, tenendo la tua mano sopra la mia spalla sinistra. Ti guiderò io». Così si rivolge alla persona che accompagnerà, Riccardo Santini, volontario dell’Unione toscana dei ciechi e degli ipovedenti; vive a Prato ed è nato a Empoli. Adesso è in pensione, ma per tutta la vita ha lavorato come fisioterapista.

Il cuore un po’ batte all’inizio di questo percorso, di questa immersione totale in qualcosa che una persona vedente non conosce. Riccardo insegna intanto a “sentire” con i piedi: a sentire su cosa si cammina, se pietra o piastrelle o erba, e sul percorso ci sono tratti di tutto questo. Man mano che si avanza sul percorso – in tutto un “viaggio” di circa mezz’ora – è quasi incredibile accorgersi di come il cervello si abitui alla nuova condizione. Un passo dopo l’altro, la percezione della pavimentazione che si sta calpestando aumenta e diventa sempre più facile capire che cammini su piastrelle, poi sulla pietra, poi sull’erba.

Se siamo in un luogo chiuso o aperto basta uno schiocco di dita per avere la risposta: in questo caso è l’udito a guidarti. Se lo schiocco risuona nell’aria, allora siamo al chiuso, se si disperde significa che siamo all’aperto. Per capire se un luogo chiuso è grande o piccolo basta emettere la voce, pronunciare una parola, meglio se un po’ oltre il tono normale: se echeggia significa che lo spazio è grande, se “muore”, compressa da pareti, allora è piccolo. Stando all’aperto, il rumore di auto che sfrecciano è indice di città; cinguettii e il suono dell’acqua che scorre sono i segnali di un luogo immerso nel verde.

Non è facile, certo, salire i gradini di un ponticello montato nel percorso al buio: ci si aiuta puntando i piedi nei gradini e salendo piano, tenendosi al corrimano. Ancora, sul percorso, Riccardo ti invita ad «ascoltare l’aria». Sì, perché l’aria parla, non con le parole ma con il suo impercettibile alitare. E allora proviamo: se metti la mano in basso, senti l’aria che è ferma. Provi a portarla all’altezza del volto e ti senti accarezzare: significa che vicino c’è una finestra aperta. È il tatto, in questo caso, che consente al cervello di vedere.

L’ultima tappa di questo percorso è l’esperienza delle piccole scatole: tre contengono piccoli oggetti da riconoscere toccandoli, altre tre piante da “scoprire” odorandole. E due contengono un cibo e una bevanda da assaporare, come le patatine e il succo di frutta: il cervello li “vedrà” attraverso il gusto.

Siamo vicini al termine del percorso: prima di aprire la porta e tornare a immergersi nella luce, è meglio aspettare un po’ e abituarsi intanto ai raggi che sbucano da alcune fessure lasciate ad arte dagli organizzatori del percorso. Perché l’incontro con la luce sarà fortissimo, e occorre dare al cervello la possibilità di riorganizzarsi ancora. L’immersione totale è finita. Il visitatore vedente torna alla sua normalità, ma con una consapevolezza nuova e diversa: nel buio ha scoperto un mondo.