Ogni luogo è un dove Aime e il racconto dei percorsi di vita a caccia di speranze

«Dialoghi sull’uomo» e una serata tra narrazione e musica L’umanità in cammino e i racconti di chi deve emigrare

Ogni luogo è un dove. Spettacolo musicale è lo spettacolo teatrale, al suo debutto, scritto dall’antropologo Marco Aime, che venerdì 24 settembre (ore 21. 15 – piazza del Duomo) sale sul palco del festival Pistoia – Dialoghi sull’uomo nell’inedita veste di voce teatrale narrante, accompagnato dalle musiche di Massimo Germini e dall’attrice Eleni Molos.

MARCO AIME


Un sottile e tenace filo di parole e di note intrecciate interpella ogni spettatore e lo accompagna in un viaggio necessario, ricco di incontri e di tappe. Ogni luogo è un dove è un viaggio nello spazio, che racconta quanta strada calpestano gli uomini per attraversare cieli, muri, deserti e mari, per affermare il proprio diritto e il desiderio di vita. Si incontra lo “straniero” e in ogni brano, in ogni canto, lo sentiamo più vicino: è la madre che culla il figlio mentre fugge dalla Libia, e il bambino che non ce l’ha fatta a raggiungere la sua terra promessa, ma che ci parla forte con la sua pagella cucita tra i vestiti, è il migrante che raccoglie la frutta sotto il sole cocente dell’estate. Poco a poco, questo viaggio nello spazio si trasforma in un viaggio nel tempo, perché anche noi siamo stati migranti, perché tutta l’umanità è in cammino, da sempre, in un susseguirsi di strappi, conflitti, incontri, esilii, ritorni. in questo infinito migrare, le parole e i suoni cercano di far vibrare per simpatia le corde più profonde e ancestrali dei nostri cuori di cittadini del mondo, di esploratori testardi, di custodi di memoria, di contrabbandieri di umanità.

Sul palco, si intrecciano le storie, le voci e i suoni: un affresco su un universo in movimento, che ci coinvolge tutti, un diamante sfaccettato con lati cupi e riflessi brillanti. Le storie si intrecciano in un cammino che inizia con la voce un albero, che forse vorrebbe essere come noi umani, che al posto delle radici abbiamo piedi, mentre lui è ancorato alla terra per destino: Sono nato così, sono quel che sono, Tu sarai quel che vuoi (o che puoi) tu sei nato uomo. (Canto dell’albero) .

Poi un mare: ogni terra promessa è sempre al di là di un mare o di un deserto, e a doverlo attraversare è una madre con il suo piccolo, frutto di una violenza subita in Libia.

Lo tiene stretto, lo protegge. La sua voce si intreccia con chi pensa di poterla giudicare. Non capivi il sale, il vento, il freddo che ti manda il mare. Non hai visto la paura, gli occhi stretti dello schiavo. Chiuso a me succhiavi piano, il poco latte che potevo. Il silenzio urlato al nulla, di una barca che scompare. (Canto di una madre)

Se non è un mare, è un cielo da attraversare ed è un ragazzino a farlo, nascondendosi nel vano carrello di un aeroplano, dove morirà di freddo, come è accaduto davvero a Yaguine e Fodé, due quattordicenni che vennero trovati con una lettera diretta ai responsabili dell’Europa, e a Barthlemì che aveva portato con sé la sua pagella.

Ma adesso non sono più solo In questa notte all’incontrario, Sento il respiro accanto a me, Le voci di Yaguine e Fodé, E insieme alla mia pagella, La loro lettera è con me.(Dalla stiva)

La madre ce l’ha fatta ad arrivare e ora canta al suo piccolo una ninna nanna per farlo addormentare.

C’è una piccola crepa nel muro, Dove entra pian piano la luce Che si spande e colora il sentiero Forse in fondo c’è un poco di pace. (Ninna nanna)

A noi, invece, tocca riflettere sulla memoria perduta delle “nostre” migrazioni.

La memoria si fa stretta, il passato più sottile non c’è posto per il mare, la fatica l’abbandono per le lettere mal scritte in quel povero italiano per quel nonno che cercava un paese più civile. (Senza memoria)

Il cammino è sempre in salita, anche per chi ce l’ha fatta ad arrivare: sfruttamento e indifferenza sono muri difficili da superare. Ecco allora la storia di Soumaila Sacko, il giovane bracciante maliano ucciso in Calabria nel 2017, mentre cercava di costruire un tetto per la sua baracca.

Una lamiera abbandonata riflette solo un sole stanco Come quello che ti sfianca nelle piane del Sahel Uno ha detto “era un eroe”, un altro che “se l’è cercato Ci portava via il lavoro, veniamo prima noi”. (Lamiera)

Tram n. 4 racconta di un episodio vissuto in prima persona, un episodio di ipocrita indifferenza nei confronti di due suonatori stranieri a Milano, su un tram, che nessuno ha voluto guardare negli occhi.

Un bicchiere di carta che spaventa Nessuno guarda in quegli occhi lontani Per di timore svegliare un sentimento O per paura di sentirsi troppo umani. (Tram n. 4)

L’orizzonte ora si apre sul passato, sulla nostra antenata più lontana, che racconta come la storia dell’umanità sia fatta di e da gente in cammino. Da sempre.

Sono la madre di quelli in cammino Antenata di passo di chi cerca un domani lo cerca dall’altra parte del destino Ogni terra promessa è al di là di un deserto. (Lucy)

Infine un omaggio a chi ha saputo dare un esempio di accoglienza e solidarietà a chi è stato costretto a emigrare con Ballata per Riace: C’era una volta un piccolo paese Non mi ricordo il nome mi dispiace Ma ce l’ho qui, sulla punta della lingua So però che faceva rima con Pace.

Ogni luogo è un dove è un percorso che, come in un gioco d specchi, cerca di spiazzare lo spettatore con un’alternanza di sguardi e di punti di vista diversi. Ogni brano, ogni canto sono un viaggio nel tempo di un’umanità da sempre in cammino, perché ogni terra promessa è sempre al di là di un deserto.