Gli incontri impossibili tra Sestini e gli Alinari: la Toscana di Dante nelle foto a confronto

Sestini e il suo scatto della Gorgona. La statua di Dante scruta la protesta per i lavoratori Gkn in Santa Croce. L’inaugurazione della statua nel 1865.

Firenze, l’obiettivo della contemporaneità rilegge gli archivi. Dal 20 settembre la mostra apre a Palazzo Strozzi Sacrati

Se c’è un caso in cui la parola “dialogo”, troppo spesso usata a sproposito quando si parla di arte, trova una perfetta consonanza e un armonico equilibrio, questo è quello della mostra fotografica aperta a Firenze, in Palazzo Strozzi Sacrati, sede della Regione Toscana, che mette insieme le immagini storiche dell’archivio Alinari e gli scatti contemporanei di Massimo Sestini, sullo sfondo dei profili danteschi, siano essi biografici o evocati dalla Divina Commedia.

Il dialogo in questo caso è affascinante. Ricco di suggestioni visive, di intrighi spaziali, di nomenclature paesaggistiche ma anche di tabulati culturali e coordinate ambientali. Il rapporto fra il bianco e nero, denso e polposo, degli scatti Alinari e il colore esuberante e magmatico dei clic di Sestini, nasce un po’ per caso un po’ per studio. A volte voluto e cercato altre puramente occasionale. «Nel giorno clou del settecentesimo anniversario della morte di Dante – commenta il presidente Eugenio Giani – questa mostra certifica la vicinanza di Dante con la sua terra, lui che non a caso amava definirsi il “tosco”, e fa da apripista alla funzione espositiva del Palazzo della Regione, aperto a tutti i cittadini».


Sono 22 le foto, 11 di ieri e 11 di oggi. Dalla piccola montuosa Gorgona che «muovesi con la Capraia e faccian siepe ad Arno in su la foce», ai bianchi marmi di Carrara sulle Apuane difese dal gigante Aronte citato nel ventesimo canto dell’Inferno, dalla torre medievale di San Miniato che fu la prigione di Pier delle Vigne fino il Santuario della Verna, il “crudo sasso” dove Francesco d’Assisi si narra abbia ricevuto le stimmate.

E poi lo scenografico Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano ristrutturato da Castruccio Castracani, le torri di San Gimignano che richiamano la Vernaccia, unico vino citato nella “Divina Commedia” e il Castello dei Conti Guidi a Poppi ricordato nel canto quinto del Purgatorio. E poi Siena col Palio e la Pia de’ Tolomei, fra le più omaggiate dal poeta; Arezzo ispiratrice di versi caustici ma anche di amore per la sua natura, con la Giostra del Saracino e il capitano ghibellino Bonconte da Montefeltro, perito contro i guelfi a Campaldino, presente anch’egli nel quinto del Purgatorio; Pisa “vituperio delle genti” lì alla fine dell’Inferno, dove Dante soggiornò per quattro anni e dove compose il “De Monarchia” e infine la “sua” Firenze, con quella terzina che rimbalza come spietata pietra di paragone e ineffabile cartiglio nel 26esimo canto dell’Inferno: «Godi Fiorenza, poi che se’ sì grande / che per mare e per terra batti l’ali / e per lo ‘nferno tuo nome si spande».

Qui il gioco dell’intreccio fra passato e presente si fa audace e tocca la massima vertigine, proiettandosi fino ai giorni nostri. Accanto alla foto Alinari di autore anonimo, la più vecchia in mostra, risalente al 14 maggio 1865 quando sotto la pioggia venne inaugurato il monumento a Dante al centro di una piazza Santa Croce ribollente di popolo, bandiere, stendardi e gonfaloni, Sestini pone il suo lavoro più recente, il più “impegnato”: la stessa piazza sotto il sole, guardata a vista dall’Alighieri, decentrato sul sagrato, gremita di gente a fianco dei lavoratori della Gkn licenziati all’improvviso. Visite dal 20 settembre, prenotazione obbligatoria allo 055 4385616; catalogo Centrodi.

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