I nonni, la famiglia e l’amata Pisa Un’autobiografia a cuore aperto

L’attore Paolo Conticini si racconta fra note sentimentali e ironia in “Ho amato tutto”

M. Antonietta Schiavina

“La via dove sono nato e cresciuto è lunga circa duecento metri e quello era il mio spazio, oltre il quale non potevo allontanarmi. Oltre quel limite c’era il pericolo. Così mi era stato detto. Era la strada che portava al centro della città. “Il portone”, ossia la porta di ingresso di Pisa per chi veniva da fuori, così era chiamata in antichità, la via più frequentata, la più bella, o almeno lo era per me. C’era tutto quello di cui potevi aver bisogno: negozi di ogni genere, pizzerie, bar, alimentari, latterie, farmacia, tutto. Quello che preferivo era una specie di bazar, dove trovavi dai vestiti ai giocattoli, dai generi per la casa agli articoli sportivi ma, soprattutto, le cose più inutili. Il proprietario, soprannominato “Settenasi”, per una malformazione al naso, era un omone enorme e se ne stava come mimetizzato tra la merce ammassata, cosicché quando entravo e mi mettevo a curiosare, e magari allungavo una mano su un oggetto, sentivo un vocione che mi sgridava: Bimbo, cosa tocchi? Spesso riuscivo a non farmi vedere, ma non so se ero bravo io a nascondermi, oppure lui a far finta di niente. Mi piaceva perdermi là dentro.


Io e mio nonno abitavamo a metà di quella via, a circa trenta metri di distanza l’uno dall’altro, e quel piccolo tratto di marciapiede era composto da quarantotto lastroni di pietra e tre tombini. Li contavo sempre. È stato il primo tragitto che il mio babbo e la mia mamma mi hanno permesso di fare da solo, quello per andare da nonno. In quel tratto c’erano Romeo, un falegname, Mauro e Luciano, due idraulici, una lavanderia, la casa di Renzo, un nostro amico e, infine, il suo portone di casa. Quel piccolo percorso, quei trenta metri, significavano per me felicità, divertimento, novità, storie, favole”.

Così comincia “Ho amato tutto” edito da Pacini Editore-Ellediboo, l’imprevedibile e imperdibile libro di Paolo Conticini, attore pisano del piccolo e grande schermo, legato alla sua città a doppio filo, nonostante la professione lo porti spesso in giro per il mondo. Una biografia a cuore aperto, imprevedibile perché a cinquantadue anni difficilmente si tirano i remi in barca. E imperdibile perché leggendola si scopre un Conticini molto diverso dai personaggi che interpreta e da quello che il pubblico potrebbe immaginare. Una persona profonda e sentimentale, che in 223 pagine ben scritte, divise in capitoli alternati da foto private (ma anche da flash della fortunata carriera) apre senza pudori il suo cuore ai fan, ma anche a chi di cui sa poco o niente. Con amore e riconoscenza. Per la famiglia, per la sua città, per chi lo ha incoraggiato a fare l’attore, per le donne (soprattutto l’amata moglie Giada, anche lei nata all’ombra delle Torre) e per la vita stessa.

Filo conduttore una grande nostalgia per i suoi due nonni, che, ognuno a modo proprio (nonno Vasco morto troppo presto, ma ricordato con tenerezza) e nonno Alvaro, compagno dei suoi passi di bambino, adolescente, uomo. Un nonno gigantesco nel fisico e nell’anima. “Uno che sulla sua tomba – scrive nel libro – non ha voluto né il nome né la foto, ma solo una croce di legno grezzo con le parole: Qui giace un uomo”. Ed è proprio con nonno Alvaro che Conticini dialoga intensamente nel libro, iniziando dal giorno in cui lo va a trovare al cimitero “dopo tanto che non andavo”, soffermandosi sulla tomba come se fosse seduto davanti a lui, su una panchina della loro amata Pisa. Parole intime, spesso commoventi, alternate a conversazioni auto ironiche, che ricordano momenti lontani, riaffiorati riga dopo riga, come in una seduta di psicoterapia, che l’attore pratica su se stesso in modo naturale, inanellando nella collana del tempo, ogni cosa e ogni momento, anche quelli negativi, “che in ogni caso mi hanno aiutato a crescere nel modo migliore”. —

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